Roberto Mancini e la terra dei fuochi

Non ho conosciuto personalmente il sostituto commissario Roberto Mancini, non sono arrivato in tempo al commissariato San Lorenzo di Roma, dove lavorava negli ultimi tempi. Se ne è andato prima. La malattia lo ha portato via. Però so quello che ha fatto per denunciare uno dei più grandi crimini commessi nell’Italia repubblicana: l’avvelenamento di una terra, quella che poi è stata chiamata, grazie a lui, “la terra dei fuochi“, e dei suoi abitanti. E so per certo quanto valeva come uomo. L’ho percepito nel ricordo dei suoi amici e colleghi e della sua compagna Monika Dobrowolska Mancini. Chi lascia tanto affetto e tanto esempio da ricordare non può che essere stato un uomo di valore.

La sua storia, in qualche modo, è diventata anche la nostra. Di noi italiani e, sopratutto di noi che in quella terra abbiamo vissuto. Di noi che abbiamo visto i nostri cari ammalarsi respirando quell’aria, come mio padre ucciso da un linfoma.

Sabato 16 aprile 2016, ore 16.30 presso l’Auditorium Terzani della biblioteca San Giorgio di Pistoia, avrò l’onore di partecipare alla presentazione del libro “Io, morto per dovere”, che racconta questa storia e da cui è stata tratta la fiction andata in onda su Rai Uno a febbraio, interpretata da Beppe Fiorello.

Con me ci saranno: la moglie Monika Dobrowolska Mancini, Lucia Salfa, Antonio Sessa (presidente di Legambiente Pistoia) e gli autori del libro Nello Trocchia e Luca Ferrari.

E’ prevista anche la proiezione di due brevi filmati.

Invito Mancini

Ancora femminicidi

Il marito che uccide l’ex moglie a Sarzana e la donna trovata morta sulla riva del lago del Bilancino nel Mugello, investita dall’amico dopo una lite, ripropongono anche in questa pazza estate il dramma delle morti rosa. Vite spezzate dalla folle pretesa di non riconoscere alla donna il diritto fondamentale di ogni essere umano: la libertà di autodeterminarsi. Di scegliere con chi passare il proprio tempo, a chi donare il proprio affetto e la propria intimità. L’incapacità di accettare ed elaborare il distacco, che viene vissuto come affronto e offesa insanabile, trasformano un’insana passione fondata sul possesso in smania di vendetta, istinto di morte che acceca ogni ragione e si spegne solo nella distruzione dell’altro e, spesso, anche di se stessi. Sono comportamenti che vengono da lontano. Che si formano nel tempo, con il carattere, e che a volte emergono in segnali che possono e devono essere colti. Quando ciò avviene è importante agire subito e non lasciarsi intrappolare in quella gabbia di promesse di cambiamento che diventa l’anticamera dell’inferno. L’uomo violento può cambiare ma non all’interno delle dinamiche di coppia. Lo può fare solo iniziando seriamente percorsi di rieducazione alla gestione del conflitto, meglio se supportati da uno psicologo o da centri specializzati in tale materia. Ma fuori della coppia. Alla violenza come mezzo di gestione della dialettica di coppia bisogna opporre subito un netto rifiuto. Sin dalle prime avvisaglie. Usare tutti gli strumenti che oggi la legge mette a disposizione per interrompere sul nascere ogni escalation. Concedere l’ultima possibilità spesso può diventare fatale.

Coppia

Tipologie del serial killer

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Nel 1985 Holmes e De Burger pubblicarono uno studio sui serial killer definendo le seguenti categorie entro le quali si potevano raggruppare i casi esaminati:

VISIONARI:  che sono quelli che agiscono per rispondere a voci o visioni che spingono ad uccidere in nome di Dio o di Satana o di un loro alter ego, che danno loro le istruzioni e giustificano e legittimano il loro delitto. Di solti questo assassino è classificato come psicotico.

MISSIONARI: sono assassini che ritengono di fare pulizia, che sentono la responsabilità di agire per il bene della comunità e quindi la vogliono liberare da individui indesiderati: prostitute, omosessuali, minoranze etniche, adepti di particolari fedi religiose. Questi soggetti non provano alcun rimorso poiché agiscono  “per il benessere della società”. Sono consapevoli delle proprie azioni e dei rischi relativi.

Un esempio emblematico è quello di Pedro Alfonso Lopez, un venditore ambulante colombiano accusato di 310 omicidi. 100 bambine seviziate e strangolate in colombia, altrettante in Perù, 110 in Ecuador. Quando fu arrestato si definì un liberatore. “Le ho soppresse per liberarle dalle sofferenze che subivano nella vita terrena” confessò.

EDONISTI: uccidono per piacere e per procurarsi una forte emozione. Le motivazioni principali che li spingono al delitto sono:

La lussuria: sono la maggior parte, per loro la gratificazione sessuale è il motivo principale del delitto e i loro crimini sono accompagnati da una dose enorme di sadismo. Il delitto viene prima coltivato nella fantasia, poi segue il periodo di caccia della vittima giusta, c’è poi il delitto o il momento di estasi in cui l’assassino può anche appropriarsi di fotografie o di parti del corpo della vittima da conservare, il dopo delitto in cui l’assassino cade in depressione e sente che dovrà uccidere ancora. Considerano le persone solo come dei mezzi, come degli strumenti attraverso i quali raggiungere la soddisfazione. Questo il tipo di serial killer viene ritenuto il più difficile da assicurare alla giustizia.

Il brivido: il piacere, cioè, dell’atto in se stesso. Il motivo principale del delitto, più che la gratificazione sessuale, è il desiderio di provare un’esperienza da brivido.

Il guadagno: si uccide per raggiungere un guadagno materiale (riscuotere polizze d’assicurazione, eredità ecc) o un beneficio psicologico (donna che uccide mariti perché insoddisfatta).  L’atto è indirizzato al conseguimento di un altro fine (soprattutto le donne appartengono a questa categoria)

DOMINATORI: si tratta di personalità deboli e insicure che uccidono per il desiderio di riscattarsi ottenendo il controllo sulla vita e la morte degli altri. L’umiliazione e la degradazione di un innocente esaltano il loro senso di onnipotenza.

Jeffrey Dahmer, il  cannibale  di Milwakee è un esempio tipico.  Dahmer adescava giovani omosessuali, li portava prima a casa sua  dove li teneva in uno stato di incoscienza per un periodo di tempo  nel quale li torturava e seviziava per poi inevitabilmente ucciderli.

Il DNA

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Il DNA permette di sapere se una persona era presente o no sulla scena del crimine È l’impronta genetica che rende unico ciascuno di noi e la cui analisi facilita anche il lavoro degli investigatori.

La struttura biochimica del Dna fu scoperta nel 1953 James Watson e Francis Crick. E’ un codice semplicissimo che si avvale di un alfabeto di quattro lettere A, G, C e T, le basi azotate adenina, guanina, citosina e timina. La combinazione di queste lettere non è completamente libera e in ogni campione di Dna vi devono essere tante A quante T e tante G quante C.. La doppia elica del Dna è infatti formata da due filamenti: su uno dei filamenti c’è una A, sull’altro c’è una T e ogni volta che su uno c’è una G, sull’altro c’è una C. In pratica, un gene non è altro che una lunga sequenza del tipo: TACGATCGGC.

La polizia si serve del Dna, generalmente isolato dal sangue, dalla pelle, dalla saliva, dai capelli e da altri tessuti e fluidi biologici, per identificare i responsabili di atti criminosi, come delitti o violenze. Il processo utilizzato è noto come “fingerprinting genetico” (impronte digitali genetiche): la tecnica consiste nel comparare la lunghezza delle sezioni variabili del Dna ripetitivo; ad esempio la coppia di basi AT ripetuta 4 volte (ATATATAT) ma il numero delle ripetizioni può essere superiore.

Il test si basa sull’estrazione di un campione di Dna da un tessuto o da un liquido del corpo: il campione deve essere poi spezzettato in “strisce”, grazie ad alcuni enzimi che riconoscono specifiche sequenze di basi lungo il filamento di Dna e che lo “tagliano” esattamente in corrispondenza di queste sequenze; se le sequenze, simili a quelle di un codice a barre, coincidono in diverse strisce, esiste un’elevatissima probabilità che la coincidenza non sia casuale.

Nel caso in cui si prende in esame un alto numero di “strisce” e si seguono metodi moderni, la probabilità di una coincidenza casuale è 1 su 100 miliardi, vale a dire praticamente nulla: se invece le strisce utilizzate sono poche le probabilità possono scendere a 1 su 5 milioni.

E’ proprio grazie alle analisi del Dna, effettuate sui tanti mozziconi di sigaretta trovati sul monte che sovrasta l’autostrada A/29 Trapani – Palermo, che sono stati incastrati gli esecutori della strage di Capaci (Pa).

Una microtraccia lasciata su un minuscolo pezzo di scotch ha permesso di confutare la testimonianza di Angelo Izzo nel caso del duplice omicidio di Maria Carmela Maiorano e della figlia quattordicenne Valentina. Le donne furono uccise, legate con un nastro adesivo e poi sotterrate in una villetta nei pressi di Ferrazzano, in provincia di Campobasso, il 28 aprile 2005. Nella sala da pranzo, dove secondo gli investigatori era stata uccisa la giovane ragazza, Izzo diceva di non esserci mai entrato. Gli inquirenti non erano riusciti a trovare, in quel luogo, impronte o altri reperti utili per fornire prove da usare durante il processo. Furono trovati solamente alcuni piccoli pezzettini di nastro adesivo che probabilmente l’assassino aveva staccato con la bocca e che gli erano rimasti appiccicati al labbro. Il Dna estrapolato da quei microframmenti di scotch corrispondeva a quello di Angelo Izzo e dimostrava che l’imputato in quella stanza, a differenza di quanto affermava, ci era entrato.

Sempre nel 2005 un altro caso di omicidio fu risolto a Firenze grazie a delle piccolissime tracce di sangue trovate sui vestiti dell’assassino. Si tratta dell’omicidio di Emanuela Biagiotti trovata morta, accoltellata, all’interno del supermercato “Penny Market” dove lavorava. Dopo varie indagini i sospetti caddero su un collega della vittima: Leonardo Tovoli. Nonostante l’uomo avesse lavato gli abiti che indossava, gli investigatori riuscirono a trovare tra le fibre del tessuto dei pantaloni una piccola traccia di sangue: l’analisi del Dna dimostrò che si trattava proprio del sangue della vittima.

Le ultime tecnologie permettono anche di fare analisi specifiche sui Dna per capire se esiste una relazione parentale di origine materna o paterna. Questa possibilità è stata utilizzata nel caso dell’omicidio di Giuseppina Potenza, trovata morta sulla spiaggia di Manfredonia nel 2004. I sospettati erano tanti e per ridurre il campo venne fatta un’analisi sul cromosoma Y del Dna trovato sul corpo della vittima per vedere se c’era un legame parentale tra la ragazza uccisa e l’assassino. Il cromosoma Y viene, infatti, trasmesso di padre in figlio in tutta la progenie maschile. In questo caso il cromosoma Y corrispondeva a quello del padre di Giuseppina, ma il Dna non era il suo. Rimanevano “in gioco” una decina di persone tra fratelli del padre, figli dei fratelli e cugini. Il Dna trovato nel liquido seminale corrispondeva a quello di un cugino da parte del padre.

Il movente

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Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire.

Quando si indaga su un crimine il movente è la risposta alla domanda: perché?
Il commissario Casabona, in occasione del primo delitto, dice:

“Il movente è fondamentale. Se c’è una cosa che collega la vittima all’assassino è il movente. È come un sentiero sconnesso che conduce l’investigatore verso la soluzione del caso. Se percorso nella direzione giusta. Chiediti perché e troverai il movente. E se troverai il movente sarai vicino all’assassino. Il problema è che non sempre è facile trovare la risposta. A volte si nasconde dietro verità solo apparenti”.

I motivi che possono indurre una persona a compiere un crimine sono svariati, ma possono essere ricondotti ad alcune categorie fondamentali:

• Movente economico (es. omicidio per rapina, su commissione, per un eredità,etc.)
• Movente passionale (gelosia, abbandono, rifiuto, ostacolo ad altra relazione, etc)
• Movente sessuale (erotomania, sadismo, pedofilia, etc)
• Movente culturale, ideologico o religioso (omicidio politico, terrorismo, appartenenza a clan o gruppi criminali, a sette, etc.)
• Movente della vendetta

Capire il movente significa fare un passo avanti verso la scoperta della verità.
Spesso, proprio per questo motivo, l’attività di staging (deliberata alterazione della scena del crimine) è finalizzata proprio a far pensare a un movente piuttosto che a un altro.
Nascondere il vero movente dietro un altro apparente consente all’assassino di allontanare da se i sospetti.

La scena del crimine

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Quando si parla di scena del crimine ci sono alcuni termini utilizzati nel romanzo sui quali bisogna intendersi.
Intanto ci possono essere diverse scene del crimine: una scena del crimine primaria, il luogo dove ha avuto origine il primo atto criminale; una scena secondaria, dove sono avvenute azioni successive relative allo stesso delitto, come nel caso di un’aggressione mortale in casa, le cui scene secondarie possono essere il bagagliaio di un’ auto, dove il cadavere viene sistemato per essere trasportato, e una discarica dove viene definitivamente abbandonato.
E’ molto importante, in presenza di scene secondarie, risalire alla scena primaria del crimine perchè se la si è voluta nascondere vuol dire che può collegare in qualche modo la vittima all’autore del crimine. Inoltre, le tracce più utili si trovano sempre sulla scena primaria.
Questo problema lo dovrà affrontare il commissario Casabona per il secondo delitto raccontato nel romanzo.
La scena del crimine può essere anche deliberatamente alterata per depistare le indagini. In tala caso si parla di staging (messa in scena). Per esempio, per far passare per suicidio un omicidio.
Nei delitti seriali l’autore, a volte, con il suo particolare comportamento, può lasciare anche una “firma” (signature).
Si tratta di comportamenti che non sono necessari per l’attuazione del crimine (come il modus operandi), ma soddisfano un bisogno psicologico del criminale. Per questo è costante in ogni delitto e non varia negli anni.
Può essere, per esempio, la messa in posa del cadavere, magari esponendo alla vista degli scopritori i genitali della vittima. Rappresenta la concretizzazione nella realtà delle fantasie di sesso, morte e violenza che il serial killer ha immaginato “vivendo” nella sua mente l’atto omicidiario ed è strettamente legata al movente “interiore” del soggetto.
L’overkill e/o l’overcrime, invece, significa “andare oltre l’uccisione, oltre la morte della vittima”. È l’eccesso di attività lesiva, una distruttività abnorme non necessaria per realizzare il crimine.
L’undoing, infine, è il comportamento con cui l’offender, dopo aver ucciso la vittima, realizza gesti di pietà e commiserazione. Come ricomporla o coprirle il volto.
Sia l’overkill che l’undoing sono indicatori di un movente di tipo passionale.
Ma del movente e di quanto sia importante, anche per il commissario Casabona per venire a capo della serie di omicidi sui quali indaga, se ne parlerà in seguito.

Si tratta di comportamenti che non sono necessari per l’attuazione del crimine, ma soddisfano un bisogno psicologico del criminale. Ne consegue che è costante in ogni delitto e non varia negli anni.Può essere, per esempio, la messa in posa del cadavere, magari esponendo alla vista degli scopritori i genitali della vittima. Rappresenta la concretizzazione nella realtà delle fantasie di sesso, morte e violenza che il serial killer ha immaginato “vivendo” nella sua mente l’atto omicidiario ed è strettamente legata al movente “profondo” del soggetto. – See more at: http://www.latelanera.com/serialkiller/cerealwiki/wiki.asp?id=95#sthash.VL0jfuG6.dpuf
Comprende tutto ciò che l’assassino seriale deve mettere in atto per raggiungere il completo “‘appagamento”.
Si tratta di comportamenti che non sono necessari per l’attuazione del crimine, ma soddisfano un bisogno psicologico del criminale. Ne consegue che è costante in ogni delitto e non varia negli anni.Può essere, per esempio, la messa in posa del cadavere, magari esponendo alla vista degli scopritori i genitali della vittima. Rappresenta la concretizzazione nella realtà delle fantasie di sesso, morte e violenza che il serial killer ha immaginato “vivendo” nella sua mente l’atto omicidiario ed è strettamente legata al movente “profondo” del soggetto. – See more at: http://www.latelanera.com/serialkiller/cerealwiki/wiki.asp?id=95#sthash.VL0jfuG6.dpuf
Comprende tutto ciò che l’assassino seriale deve mettere in atto per raggiungere il completo “‘appagamento”.
Si tratta di comportamenti che non sono necessari per l’attuazione del crimine, ma soddisfano un bisogno psicologico del criminale. Ne consegue che è costante in ogni delitto e non varia negli anni.Può essere, per esempio, la messa in posa del cadavere, magari esponendo alla vista degli scopritori i genitali della vittima. Rappresenta la concretizzazione nella realtà delle fantasie di sesso, morte e violenza che il serial killer ha immaginato “vivendo” nella sua mente l’atto omicidiario ed è strettamente legata al movente “profondo” del soggetto. – See more at: http://www.latelanera.com/serialkiller/cerealwiki/wiki.asp?id=95#sthash.VL0jfuG6.dpuf
Comprende tutto ciò che l’assassino seriale deve mettere in atto per raggiungere il completo “‘appagamento”.
Si tratta di comportamenti che non sono necessari per l’attuazione del crimine, ma soddisfano un bisogno psicologico del criminale. Ne consegue che è costante in ogni delitto e non varia negli anni.Può essere, per esempio, la messa in posa del cadavere, magari esponendo alla vista degli scopritori i genitali della vittima. Rappresenta la concretizzazione nella realtà delle fantasie di sesso, morte e violenza che il serial killer ha immaginato “vivendo” nella sua mente l’atto omicidiario ed è strettamente legata al movente “profondo” del soggetto. – See more at: http://www.latelanera.com/serialkiller/cerealwiki/wiki.asp?id=95#sthash.VL0jfuG6.dpuf

Il Crime Classification Manual

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Il Crime Classification Manual (CCM), a cura di John E. Douglas, Ann W. Burgess, Allen G. Burgess e Robert K. Ressler dell’Accademia di Quantico dell’FBI, è il manuale sulla classificazione e investigazione dei crimini violenti, ovvero omicidio, incendio doloso e violenze a sfondo sessuale.
Viene citato nel romanzo quando si tenta di elaborare il profilo psicologico del serial killer.
Il volume si divide in quattro parti.
La prima è una introduzione in cui sono spiegati concetti come la differenza tra modus operandi e signature (firma) e lo staging, cioè la messa in scena effettuata dall’offender per depistare gli investigatori (ne parleremo in successivi post perchè sono citati nel romanzo ed è bene che chi lo leggerà sappia cosa significano).
Le parti seguenti illustrano i singoli crimini fornendo esempi presi dalla realtà e i case study, che aiutano a capire i criteri di classificazione.
Ogni crimine è classificato in un determinato gruppo a seconda del tipo, del genere e del numero delle vittime.
Il manuale contiene anche una delle definizioni più famose e conosciute dei serial killers: “il serial killer è un assassino che uccide 3 o più vittime in luoghi diversi e con un “periodo di raffreddamento emotivo” fra un omicidio e l’altro;colpisce a caso o sceglie la vittima ed è spesso convinto di essere invincibile e che non sarà mai preso”.