La città nova

Tanto gentile e tanto onesto pare
il candidato al consiglio comunale,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e i giornali no l’ardiscon di criticare.

Egli si va, da solo a laudare,
benignamente d’umiltà vestuto;
e par che sia una cosa da ciel venuta
a miracoli mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi lo mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che intender non la può chi non la prova:

e par che de la sua labbia
uno spirito pien d’innocenza si mova,
che va dicendo all’elettore:
vota me e avrai una città nova.

(Antonio Fusco – liberamente tratto dalle rime de “La vita nuova” di Dante Alighieri)

La mia dipendenza dal gas

Fino all’età di 24 anni, ho vissuto in una casa dove l’unica fonte di calore era un camino a legna che si trovava in cucina. Nelle notti fredde d’inverno, ci si aiutava con bottiglie di vetro riempite di acqua calda oppure indossando abiti di lana prima di seppellirsi sotto uno strato di coperte che rischiava di schiacciarci, tanto erano pesanti. Ricordo che la mattina liberavo la vista a un occhio, come fosse il periscopio di un sommergibile, salutavo i pinguini che giravano nella stanza e cercavo il coraggio per uscire allo scoperto e andare a fare colazione. Mi facevo forza e sortivo, come direbbero qui in Toscana. Il trucco stava nel vestirsi più velocemente possibile. A volte mia nonna o mia madre, mi facevano trovare la maglia di lana riscaldata al fuoco del camino. Era un vero e proprio godimento. Il gas non era ancora arrivato in città, si cucinava con una bombola che durava anche un mese e che finiva sempre la domenica, quando la pasta era arrivata a metà cottura. Certo, sono passati più di 30 anni da allora e le cose sono cambiate, ma potrebbero cambiare ancora. Non necessariamente in meglio. Spero che ciò non avvenga ma, se dovesse accadere, io sono pronto. Buona domenica.

Restiamo umani

Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera. Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro. Dopo questa esperienza dentro di me é cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato.L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano “Capitano Salvini”. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ”Casa Pound”. L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: “goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese”. Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

Testo integrale della lettera scritta nel 2019 da Said Visin, nostro connazionale morto suicida a vent’anni. Mi ha fatto bene leggerla per ricordarmi quanto è importante restare umani, sempre.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e in piedi

Un anno Brunello per tutti.

Vellano è un pugno di case fatte di pietra e coccio, abbarbicate sulle montagne della Svizzera Pesciatina, lì dove inizia l’appennino Tosco Emiliano. La vita scorre lenta, scadenzata dai ritmi di una volta. La raccolta delle olive, la preparazione della legna per l’inverno, la sagra della frugiata e l’aria buona nelle estati afose delle città.

17 anni fa, passò da quelle parti un omuncolo che aprì lo sportello della sua auto e fece scendere un piccolo cane nero con il muso pezzato di bianco. Poi scappò via, portandosi dietro lo sguardo deluso del cagnolino e tutta la sua vigliaccheria.

Il cane non si disperò più di tanto, probabilmente capì subito di non aver perso molto. Prese a vagare per il paese fino a che si rese conto di aver trovato decine di amici che lo adottarono e gli diedero anche un nuovo nome, semmai ne avesse già avuto uno. Lo chiamarono Brunello, per via dei suoi colori e in omaggio al buon vino che si ricava dall’uva Sangiovese coltivata da quelle parti.

Brunello ha vissuto fino alla veneranda età di 17 anni. Amato, protetto e coccolato, primi fra tutti dai bambini che sono cresciuti insieme a lui.

I vellanesi, per ricordarlo, hanno deciso di dedicargli una scultura, in pietra serena di Vellano ovviamente, che sarà posizionata proprio nel luogo dove venne abbandonato.

Verrà inaugurata lunedì prossimo, all’inizio del nuovo anno, che ci piacerebbe fosse come Brunello, foriero di amore e amicizia per tutti.

AD10S DIEGO ARMANDO MARADONA

Gli uomini hanno poca memoria, dimenticano presto, si dividono, si odiano, si combattono. Poi, ogni tanto, ne nasce uno che è capace di farli sentire una cosa sola, li contagia con un sogno che fa battere all’unisono i loro cuori. Questi pochi eletti sono destinati al mito, alla leggenda. Diego Armando Maradona apparteneva a questa ristretta categoria.
Maradona non è stato solo un grande calciatore capace di gesti tecnici ineguagliabili. Maradona ha incarnato l’anima di un popolo e di una città. Maradona è diventato un sentimento, un’icona. Maradona è stato passione e riscatto. Genio, fallimento e rinascita. Bellezza e tormento. Virtù estrema e dannazione. Maradona è stato Napoli.
Per alcuni non è facile comprendere l’affetto nei suoi confronti, ora diventato dolore.
Lo ritengono ingiustificato e fuori luogo e per dimostrare le loro ragioni ricordano i tanti eccessi della sua vita privata. Li ringraziamo ma non ne abbiamo bisogno. Siamo dotati di buona memoria e ce ne ricordiamo bene anche noi. All’epoca, siamo stati i primi a soffrire per questo. Ma il nostro è amore e non si può giudicare con l’occhio della ragione.
Badate bene, non parlo di amore per la sua persona. È l’amore che ci ha fatto sentire vincitori dopo tante sconfitte, che ci ha dato ridato orgoglio e senso di appartenenza. È l’amore per il ricordo di chi era con noi in quei momenti e che ora non c’è più. Quell’amore ci ha uniti, ci ha fatto abbracciare forte e piangere insieme per la gioia. Ci ha fatto dimenticare difficoltà e differenze. Lo so che l’amore è una cosa buffa e incomprensibile per chi non lo prova ma non giudicateci con il freddo rigore della morale, che è cosa altrettanto buffa e fuori luogo in questo momento. Perché, come scriveva Nietzsche, “tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male”.
E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, Maradona non è stato un genio del crimine. Dal punto di vista giudiziario, in Italia ha commesso un solo reato: evasione fiscale. Come Valentino Rossi, Pavarotti e tanti altri. Da un certo punto in poi della sua vita è stato un assuntore di cocaina ed è stato scoperto (cosa che a molti altri volti noti dello spettacolo, dell’arte, nell’imprenditoria, ecc. non è capitata, per loro fortuna) ma questo non è un reato. Non ha ucciso nessuno, né faceva furti o rapine o violentava donne o bambini. Ha vissuto eccessi molto discutibili dal punto di vista morale. La sua vita non è stata irreprensibile e non può essere considerato un esempio di rettitudine né un modello educativo. Questo lo diceva anche lui di se stesso. Ma se oggi tutto il mondo ne parla, se si indice il lutto nazionale per 3 giorni in Argentina e il lutto cittadino a Napoli. Se decine di milioni di persone hanno pianto ieri sera, e che diamine, fatevele due domande e non rompete più le scatole. Se non siete in quel “ristretto” gruppo, che vi devo dire? Bravi. Voi si che siete persone oneste e morigerate. Non guardate, non ci fate caso, giratevi dall’altra parte e pensate ad altro. Leggete qualche passo della Bibbia e pregate per noi che ci siamo così allontanati dalla retta via idolatrando un ragazzo di strada, cresciuto troppo in fretta, che ci ha fatto sognare e innamorare.

Capodanno bizantino

Dite la verità, quante volte avete pensato che l’inizio dell’anno, la vera ripartenza, lo sentite più a settembre, al ritorno dalle vacanze estive, che il 1° gennaio?
Se, come a me, vi capita ogni anno di provare questa sensazione, allora, molto probabilmente, avete sangue bizantino nelle vene. Infatti, secondo il calendario bizantino, l’anno finiva il 31 agosto e il Capodanno coincideva con il 1º settembre.
Questo calendario ricalcava il calendario giuliano, in uso nell’Impero romano, differenziandosi solo per la data d’inizio e la numerazione degli anni. Gli anni si iniziavano a contare da quella che, secondo i bizantini, era la data della creazione. L’anno 1 bizantino iniziava il 1º settembre del 5509 a.C. Quindi, secondo il calendario bizantino, oggi inizia l’anno 7529.
Il calendario bizantino entrò in uso nel 312 d.c. nell’impero romano. Alla metà del VI secolo a Roma venne rimosso, così fu anche in molte parti dell’Occidente, ma non in tutte. In Oriente questo calendario venne continuamente usato, anche dopo la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453). Nell’impero russo il calendario venne abolito nel 1699 da Pietro I il Grande, che gli preferì il nostro calendario giuliano.
In alcuni borghi della costiera amalfitana, di origini bizantine, come Amalfi e Atrani, si celebra ogni anno la rievocazione dell’antico Capodanno.
Non so voi, ma io, a mezzanotte, un brindisino l’ho fatto. Buon 7529 a tutti!

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Ecce homo

Il 6 agosto del 1945 gli americani sganciarono la bomba atomica su Hiroshima. La notizia del buon esito del lancio arrivò al presidente degli Stati Uniti Truman mentre si trovava a bordo di una nave militare e stava pranzando con l’equipaggio. Lesse il messaggio, si alzò e ne condivise il contenuto con tutti i presenti. Ci fu un lungo applauso. Il fatto che 160.000 uomini, donne e bambini stavano bruciando vivi provocò euforia ed esultanza. “Ecce homo”, questo è l’uomo.

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Collodi

Carlo Lorenzini nacque a Firenze, primo di dieci figli. Trascorse, però, gran parte dell’infanzia presso il nonno materno, che era il fattore dei marchesi Garzoni Venturi e amministrava il loro podere, un’immensa villa che si trova alle porte di questo piccolo borgo medioevale. Quando gli chiesero di scrivere una storia per il primo numero del periodico per l’infanzia “Giornale per i bambini”, lui adottò come pseudonimo il nome del borgo e iniziò cosi:

C’era una volta… -Un re!- diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Innamoratevi di chi …

Innamoratevi di chi vi fa stare comodi, come una tuta da camera e un paio di ciabatte quando tornate stanchi dal lavoro, di chi non vi fa sentire la necessità di essere diversi da quello che siete, di chi entra nella vostra vita come se ci fosse sempre stato, di chi non ha bisogno di togliervi spazio per far sentire la sua presenza. Il vero amore non è speciale, dirompente, sconvolgente. Il vero amore è la straordinaria esaltazione della normalità. Quella che si fa notare in tutta la sua importanza solo quando la perdete.

Tante conoscenze, una solo certezza.

Dopo aver passato due mesi insieme a virologi, epidemiologi, infettivologi e microbiologi, che mi hanno tenuto compagnia per 18 ore al giorno, mi accingo ad entrare nella fase 2 arricchito di nuove conoscenze. Ho imparato che la distanza di sicurezza da tenere è pari a 1 metro, ma anche a 1.80 e pure a 2 metri. Che chi ha gli anticorpi è immune ma anche che si può riammalare. Che la mascherina serve ma è anche inutile. Che il periodo d’incubazione dura 2 settimane, ma anche 3 e anche 4. Che il virus è partito dalla Cina a dicembre ma anche a novembre e pure a settembre. Che il test sierologico è fondamentale ma non serve a nulla. Che il virus resta in vita nell’ambiente 8 ore ma anche 8 giorni. Che il vaccino ci salverà ma anche no e che arriverà a fine di quest’anno e anche a fine dell’anno prossimo. Che il farmaco per l’artrite a Napoli guarisce e a Milano no. Che in Giappone hanno un farmaco miracoloso ma hanno adottato il lockdown per non distinguersi troppo dagli altri. Mi accingo ad entrare nella fase 2 con tante nuove conoscenze e una sola certezza: bisogna lavarsi le mani. Grazie Barbara, tu si che sei stata utile.