La verità, vi prego, sulle donne

Il signore qui sotto, raffigurato nella foto mentre fa il bagno in piscina, si chiama Yann Moix, ed è uno scrittore e regista francese cinquantenne (che io, fino a oggi, nemmeno conoscevo). In questi ultimi giorni, ha fatto parlare molto di sé perché, in un’intervista per Marie Claire, ha osato pronunciare la seguente frase: “Vi dico la verità. Non riesco ad amare una donna di 50 anni. E’ troppo vecchia. Un corpo di donna di 25 anni è straordinario. Il corpo di una donna di 50 non lo è affatto”.

L’incauta affermazione, ripresa da alcuni giornali italiani, giustamente, ha suscitato l’indignazione di molte donne (intellettuali e non) le quali gli hanno voluto ricordare che anche il corpo di una donna che ha superato i 50 può essere straordinario, per motivi diversi rispetto a quelli di una 25enne, certamente, ma non per questo meno validi, e che i cambiamenti dell’aspetto fisico legati al passare del tempo valgono per tutti, anche per gli uomini 50enni come lui.

Detto questo (come si fa a non essere d’accordo?), io mi pongo un’altra domanda: ma un uomo di 50 anni cosa ha capito delle donne, nei trascorsi della sua vita, se pensa che si possa amare solo in base all’età e alle caratteristiche fisiche di una persona? Che tipo di relazioni ha vissuto finora? Le donne che ha frequentato parlavano? Si muovevano? Respiravano? Esprimevano sentimenti, passioni, fantasie, pudori, voluttà, desiderio? Se n’è accorto, quando è stato con loro, che una donna non è solo un corpo (giovane o meno giovane) ma è anche, e soprattutto, un modo di essere (diverso e complementare con quello di noi uomini) che non ha l’età?

Si chiama femminilità, fascino, sensualità, caro Yann, e non si vende un tanto al chilo come al mercato delle carni. Sappilo.

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Sulla mia pelle

Qualche giorno fa ho visto “Sulla mia pelle”, il film che parla della triste vicenda di Stefano Cucchi. Devo dire che l’ho trovato molto ben fatto. Equilibrato, non fazioso e nemmeno smaccatamente ideologico. Un film che non indugia inutilmente nelle scene di violenza ma che racconta con pudore e rispetto ciò che si sa essere avvenuto e lascia solo qualche spunto di riflessione su ciò che ancora non si conosce. A differenza di ciò che ci si potrebbe aspettare, non dipinge Cucchi come un eroe ma lo racconta per quello che era, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze. Insomma, ho visto un bel film che fa riflettere e lascia tanta amarezza.

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L’Italia e gli italiani.

Indro Montanelli, rispondendo alle domande di un giornalista, disse che non riusciva ad immaginare un futuro roseo per l’Italia ma per gli italiani sì. L’Italia, secondo lui, non aveva speranza. Gli italiani, invece, sarebbero stati sempre una stirpe vincente, capaci di sopravvivere e farsi valere in qualsiasi parte del mondo. Su quest’ultima parte credo abbia avuto ragione, quel che disse è vero soprattutto per una caratteristica peculiare che ci appartiene: all’occorrenza sappiamo dare l’impressione di intenderci di tutto. Siamo nati “imparati”, come si dice al sud. Per esempio, mio nonno, che fece la Grande Guerra sulle rive del Piave, ebbe un’opportunità che gli avrebbe potuto salvare la vita e non se la lasciò scappare. Un giorno gli chiesero se sapesse fare il pane, Lui, che non aveva mai messo le mani nella farina (faceva il pescatore), disse di sì e si trovò assegnato in fureria, alla giusta distanza dalle baionette austriache. Ovviamente, in pochi minuti imparò a sfornare il miglior pane mai mangiato al fronte. Noi siamo così, anche oggi. Basta leggere le discussioni sui social. In un paio di mesi abbiamo mostrato tutta la nostra competenza ingegneristica in materia di costruzioni di ponti, per passare a quella giuridica su alcune sentenza della magistratura, fino ad arrivare a sfoggiare, in questi giorni, conoscenze in materia di macro economia che farebbero invidia a Keynes. Avevi ragione Indro: a noi non ci uccide nessuno, ci facciamo secchi ma non moriremo mai.

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Europa sì, Europa no.

Europeisti e Sovranisti. Senza entrare nell’aspetto politico della questione, sorvolando sullo spread, la troika, il fiscal compact, il deficit e il pil, voglio fare una banale considerazione guardando la cosa da un altro punto di vista. Negli ultimi 12 mesi, tra viaggi in aereo e in moto, sono stato in Spagna, Francia, Inghilterra, Scozia, Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Slovenia e Bosnia. Ho attraversato decine di frontiere mostrando un semplice documento, senza visti, controlli e procedure varie. Sono stato accolto in pace e, in ognuno di questi paesi, non mi sono mai sentito in pericolo per la mia diversa nazionalità. Oggi può sembrare una cosa normale ma non lo era per i nostri padri e i nostri nonni. Per secoli e secoli i popoli che abitano il continente europeo si sono fatti la guerra. Oggi non è più così. Una pace così diffusa e duratura, oltre ad essere una delle più grandi conquiste dell’umanità, è anche il bene più prezioso che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli, cerchiamo di non sciuparlo.

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C’è potere e potere.

Il 3 settembre 1982 morivano, sotto i colpi della mafia, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Di lui ricordo una riflessione, riportata dal figlio Nando in un suo libro, sulle due possibili accezioni del termine “potere”. Potere come sostantivo, che descrive una posizione di supremazia su altre persone oppure su un’intera comunità, e potere come verbo, che indica la possibilità di esprimere la propria personalità senza soggiacere alla prepotenza degli altri. Ovviamente lui, come tutti gli uomini portatori di ideali, preferiva questo secondo significato ed incitava, nei suoi discorsi, tutte le persone oneste della Sicilia a riappropriarsi della libertà di “poter” fare, di “poter” essere. In definitiva, il “potere” può essere la massima espressione della tirannia oppure il trionfo della libertà, dipende dal significato che gli si attribuisce.

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La politica e il razzismo

Secondo il filosofo tedesco Carl Schmitt “amico/nemico” sono le categorie sulle quali si fonda la politica. Per definire il campo di uno schieramento è necessario che sia chiaro ciò che quello schieramento non è. In pratica, qual è il suo nemico. Questo perché i gruppi politici si formano sempre contro qualcosa. Solo in un momento successivo il gruppo che si è formato sviluppa una propria identità alternativa. Chiedete a chi ha votato le forze politiche dell’attuale maggioranza il perché della loro scelta. Vi risponderanno: siamo contro l’Europa, siamo contro il buonismo, siamo contro un’immigrazione senza regole, siamo contro i privilegi dei politici, ecc. Tutte cose che esistono nella realtà, anche se a volte vengono esasperate per serrare i ranghi. C’è un’area politica che sta cercando di fare la stessa cosa con il razzismo. Cioè sta cercando di costruire una propria forte identità richiamando intorno a se quelli che sono contro il razzismo. Ma in Italia esiste veramente il razzismo come fenomeno? Gli italiani sono un popolo che potrebbe adottare i comportamenti discriminatori propri del razzismo? Attenzione parlo di razzismo nel senso proprio del termine (cioè odio verso una razza diversa a prescindere da altre motivazioni) e non di quel sentimento di insofferenza che deriva dalla paura e dal senso di insicurezza percepito. Io, escludendo alcune episodiche degenerazioni, non ne sono così convinto. Ci rifletto e spero di non sbagliarmi. In ogni caso io sono assolutamente contro il razzismo ma non sento il bisogno di aderire a nessun schieramento per affermarlo. Fa parte della mia natura ed è scritto nel mio DNA.

L’uomo più ricco dell’era moderna

Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, è arrivato a possedere un patrimonio pari a 150 miliardi di dollari, diventando così l’uomo più ricco nella storia moderna. Quando leggo notizie di questo genere mi torna sempre alla mente il momento in cui mi resi conto che la vita è come la roulette di un casinò, per quanti soldi tu possa giocare alla fine vince sempre il banco. Fu nel dicembre del 1997, in occasione della morte di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto Agnelli e nipote prediletto di Gianni Agnelli, Presidente della Fiat. Nel 1993, a 29 anni, diventò presidente della Piaggio. Poi entrò nel consiglio di amministrazione della Fiat destinato a prenderne le redini. Dopo quattro anni di apprezzata attività, venne operato d’urgenza per un dolore all’intestino: scoprirono che si era ammalato di una rara forma di tumore. Lo fecero curare nei migliori ospedali del mondo ma non riuscirono a salvargli la vita. Morì per le complicazioni della malattia pochi mesi dopo. Era nato nel 1964, aveva la mia stessa età. Sono passati 21 anni da quel giorno e, ingraziando il Dio, la mia pallina, invece, ancora gira su quel tavolo, nonostante le misere fiches che avevo a disposizione rispetto alle sue. Qualche anno dopo scoprii che di questa verità aveva già parlato un certo Gesù nel discorso che tenne dalla sommità di una montagna. Tra le altre cose, disse: “… chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? …” Hai capito Jeff? Non stare lì a contare tutti quei soldi che non potrai mai spendere ma tieni d’occhio la pallina che ci vuole un attimo.

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