Il respiro della civiltà

Stuprano una donna e fanno un video, maltrattano fino alla morte un anziano in difficoltà e fanno un video. Perché filmano questi gesti ignobili? Evidentemente per farli vedere a chi non c’era. Evidentemente, invece di ritenerli fatti di cui vergognarsi, si aspettano approvazione per ciò che hanno fatto. Non c’è altra spiegazione. Nessuno condividerebbe la propria partecipazione ad eventi che ritiene riprovevoli. E’ la grande colpa di questa società in tutte le sue espressioni, istituzioni, scuola, famiglia: non essere più in grado di trasmettere “valori” e “senso etico”, di “educare”. Non riuscire più ad insegnare ai propri figli quali siano i comportamenti “giusti” e quali quelli “sbagliati”, di cosa essere fieri e di cosa, invece, doversi vergognare, chi sono gli “eroi” da imitare e quali quelli da biasimare. Nel nome di un mal inteso principio di libertà, abbiamo lasciato i nostri giovani in balia della bestia che si annida in ognuno di noi. Dimenticando che non esiste legge dello Stato abbastanza severa che possa compensare la legge morale che che ognuno dovrebbe portare dentro di sé. Il senso etico è il respiro di una Civiltà, se non lo sentiamo più vuol dire che la nostra sta morendo.

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Alla fine del viaggio

dal 29 maggio …, con immenso piacere, tornerò a incontrare i lettori per parlare con loro di letteratura noir e legalità. Ditelo ai vostri librai di fiducia, ai gruppi e le associazioni che organizzano eventi letterari, l’agenda degli incontri è ancora in via di definizione, si fa presto ad aggiungere qualche data.

Alla fine del viaggio - versi

La tazza del re

La Repubblica ha dedicato una pagina al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e all’antologia “Delitti al museo”, edita da Mondadori, che troverete in edicola e in libreria a partire dal 7 marzo prossimo. Tra i protagonisti dei dieci racconti che la compongono c’è anche un giovane Casabona alle prese con un mistero che ruota intorno alla famosa tazza Farnese. Il racconto si intitola: “La tazza del re”.

Copertina Delitti al museoArticolo Repubbica Delitti al museo

La verità, vi prego, sulle donne

Il signore qui sotto, raffigurato nella foto mentre fa il bagno in piscina, si chiama Yann Moix, ed è uno scrittore e regista francese cinquantenne (che io, fino a oggi, nemmeno conoscevo). In questi ultimi giorni, ha fatto parlare molto di sé perché, in un’intervista per Marie Claire, ha osato pronunciare la seguente frase: “Vi dico la verità. Non riesco ad amare una donna di 50 anni. E’ troppo vecchia. Un corpo di donna di 25 anni è straordinario. Il corpo di una donna di 50 non lo è affatto”.

L’incauta affermazione, ripresa da alcuni giornali italiani, giustamente, ha suscitato l’indignazione di molte donne (intellettuali e non) le quali gli hanno voluto ricordare che anche il corpo di una donna che ha superato i 50 può essere straordinario, per motivi diversi rispetto a quelli di una 25enne, certamente, ma non per questo meno validi, e che i cambiamenti dell’aspetto fisico legati al passare del tempo valgono per tutti, anche per gli uomini 50enni come lui.

Detto questo (come si fa a non essere d’accordo?), io mi pongo un’altra domanda: ma un uomo di 50 anni cosa ha capito delle donne, nei trascorsi della sua vita, se pensa che si possa amare solo in base all’età e alle caratteristiche fisiche di una persona? Che tipo di relazioni ha vissuto finora? Le donne che ha frequentato parlavano? Si muovevano? Respiravano? Esprimevano sentimenti, passioni, fantasie, pudori, voluttà, desiderio? Se n’è accorto, quando è stato con loro, che una donna non è solo un corpo (giovane o meno giovane) ma è anche, e soprattutto, un modo di essere (diverso e complementare con quello di noi uomini) che non ha l’età?

Si chiama femminilità, fascino, sensualità, caro Yann, e non si vende un tanto al chilo come al mercato delle carni. Sappilo.

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Si riparte per un nuovo anno.

Cose in programma per l’anno appena iniziato:
Il 2 gennaio è uscita l’edizione tascabile de “Le vite parallele”.
A marzo farò un tour in Grecia dove il commissario Casabona ormai è di casa.
Sempre a marzo, nell’antologia “Giallo al museo”, edita da Mondadori in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ci sarà anche un mio racconto che vedrà come protagonista un giovane Casabona in servizio alla Squadra Mobile di Napoli agli inizi della sua carriera.
A giugno uscirà il nuovo romanzo, il quinto della serie. Sarà ambientato sempre a Valdenza nel periodo della festa di San Jacopo e della Giostra dell’Orso.
A dicembre … nuovo progetto? Si vedrà.
Intanto, buon 2019 a tutti e grazie per l’affetto che mi avete dimostrato finora. Vi voglio bene.

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Sulla mia pelle

Qualche giorno fa ho visto “Sulla mia pelle”, il film che parla della triste vicenda di Stefano Cucchi. Devo dire che l’ho trovato molto ben fatto. Equilibrato, non fazioso e nemmeno smaccatamente ideologico. Un film che non indugia inutilmente nelle scene di violenza ma che racconta con pudore e rispetto ciò che si sa essere avvenuto e lascia solo qualche spunto di riflessione su ciò che ancora non si conosce. A differenza di ciò che ci si potrebbe aspettare, non dipinge Cucchi come un eroe ma lo racconta per quello che era, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze. Insomma, ho visto un bel film che fa riflettere e lascia tanta amarezza.

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L’Italia e gli italiani.

Indro Montanelli, rispondendo alle domande di un giornalista, disse che non riusciva ad immaginare un futuro roseo per l’Italia ma per gli italiani sì. L’Italia, secondo lui, non aveva speranza. Gli italiani, invece, sarebbero stati sempre una stirpe vincente, capaci di sopravvivere e farsi valere in qualsiasi parte del mondo. Su quest’ultima parte credo abbia avuto ragione, quel che disse è vero soprattutto per una caratteristica peculiare che ci appartiene: all’occorrenza sappiamo dare l’impressione di intenderci di tutto. Siamo nati “imparati”, come si dice al sud. Per esempio, mio nonno, che fece la Grande Guerra sulle rive del Piave, ebbe un’opportunità che gli avrebbe potuto salvare la vita e non se la lasciò scappare. Un giorno gli chiesero se sapesse fare il pane, Lui, che non aveva mai messo le mani nella farina (faceva il pescatore), disse di sì e si trovò assegnato in fureria, alla giusta distanza dalle baionette austriache. Ovviamente, in pochi minuti imparò a sfornare il miglior pane mai mangiato al fronte. Noi siamo così, anche oggi. Basta leggere le discussioni sui social. In un paio di mesi abbiamo mostrato tutta la nostra competenza ingegneristica in materia di costruzioni di ponti, per passare a quella giuridica su alcune sentenza della magistratura, fino ad arrivare a sfoggiare, in questi giorni, conoscenze in materia di macro economia che farebbero invidia a Keynes. Avevi ragione Indro: a noi non ci uccide nessuno, ci facciamo secchi ma non moriremo mai.

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