Addio Maestro, guerriero della luce

Ci incontrammo a casa sua, un modesto e dignitoso appartamento nella zona nord di Roma. Era il giorno di san Valentino del 2018. Ci accolsero con quella ospitalità innata di certe persone del sud: “vi preparo un caffè?”, chiese la moglie.
Accettammo. L’offerta di un caffè non si può rifiutare. Ci parlò di tante cose ma oggi ne voglio ricordare solo una, per rendere omaggio all’uomo piuttosto che allo scrittore, Al suo rigore morale e alla sua onestà intellettuale. Gli chiesi come mai avesse deciso di devolvere all’Associazione Nazionale dei Funzionari di Polizia i diritti d’autore del suo libro che parlava dei pizzini di Provenzano, dal titolo “Voi non sapete”. Mi rispose quasi sorpreso della mia domanda, con un tono che stava a dire:e c’è bisogno di chiedermelo? Disse, con la sua inconfondibile voce roca: “Non potevo mica mettermi in tasca soldi che venivano dalle malefatte della mafia, anche se indirettamente. Era più giusto che andassero alle famiglie dei poliziotti morti per fare il loro dovere, ai loro figli per farli studiare. Così, almeno una cosa buona quei pizzini l’avranno fatta.”
In quel momento mi tornò alla mente una frase di Paulo Coelho: “Il mondo si cambia con l’esempio non con le parole”.
Addio Maestro, guerriero della luce.

Camilleri

Ragionando di immigrazione

Vi siete mai chiesti perché sul tema dell’immigrazione ci si schiera su posizioni così nette fino a diventare aggressivi e intolleranti verso chi la pensa in modo diverso? Avete fatto caso alla rabbia che vi monta dentro quando intervenite a sostegno del vostro punto di vista? Perché è così forte è irresistibile? Da dove viene? Semplice: dalle storie tragiche, che ci vengono date in pasto da uno schieramento politico o dall’altro, spesso racchiuse in immagini come quella del bambino morto sulla spiaggia o della ragazza violentata dall’africano, che accumuliamo nella nostra memoria e diventano la benzina per accendere, al momento giusto, furiose polemiche contro chi sta nello schieramento opposto. Si tratta di un riflesso emotivo a volte incontrollabile. Ma si può affrontare un tema così importante, come quello delle migrazioni di questo inizio millennio, sulla base dell’emotività? Io penso di no. È per questa convinzione che non mi presto a fare l’ultras di questa o quella tifoseria e a schierarmi sugli spalti per urlare la mia rabbia. Rifiuto queste forme di semplificazione manichea che hanno solo l’effetto di avvelenare i rapporti tra le persone.

L’immigrazione è un problema complesso che non si può affrontare in chiave agonistica in un match tra “io sto con questo …” e “io sto con l’altro”. Come lo so? Lo so perché ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi e toccare con le mie mani questo fenomeno antico come la storia dell’uomo. 45 lunghi giorni, in tre periodi e luoghi diversi mi hanno aiutato a capire alcune cose basilari. Per esempio: gli immigrati non sono tutti donne e bambini che scappano dalla guerra ma sono anche giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo e, nello stesso tempo, gli immigrati non sono solo giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo ma sono anche donne e bambini che scappano dalla guerra. Sono criminali in fuga dai loro paesi ma sono anche onesti lavoratori che si spaccano la schiena tutta la giornata nelle campagne del Sud per due euro l’ora. Non sono solo brava gente ma non sono neanche tutti delinquenti. Ci sono giovani, donne incinte, famiglie intere, poveri ridotti ala fame o ricchi abbastanza per pagare un viaggio più comodo e sicuro. Sono dell’Africa centrale ma anche arabi del Magreb, pachistani, siriani, indiani. Alcuni sono musulmani, altri cristiani, indù. Ci sono quelli magri e quelli grassi, quelli alti e quelli bassi. Gli immigrati sono esattamente come noi, a parte il colore della pelle e la lingua diversa che parlano. Onesti o disonesti come noi, seri o inaffidabili come noi, si occupano dei loro figli come noi, a volte picchiano le loro donne come noi più spesso le amano come noi. Non si può rinchiudere tutto questo in una sola categoria per farne vessillo di battaglie politiche di questo o quello schieramento. Credetemi, non si può. Sarebbe come dire che gli italiani sono tutti mafiosi, mangiano solo pizza e suonano il mandolino.

Se vogliamo parlare di immigrazione cose dobbiamo sforzarci di uscire da questi schemi e porci qualche domanda con l’impegno di rispondere in modo razionale (cioè non emotivo). Sulla prima, “si può fermare l’immigrazione?”, penso che saremo tutti concordi nel rispondere che non è possibile, nemmeno costruendo muraglie e mettendo coccodrilli in mare. Quindi passiamo direttamente alla seconda: “si devono aprire le frontiere e lasciar entrare chiunque desideri farlo o è meglio provare a stabilire una forma di controllo per limitare e selezionare gli accessi?”. Alcuni sono per la prima opzione, i cd “no border”. Secondo questo punto di vista (al quale aderiscono gran parte delle ONG) siamo tutti cittadini del mondo e ognuno di noi ha il diritto di vivere dove gli pare. I confini non possono limitare questa libertà fondamentale dell’uomo. Trovo molto romantica questa teoria e la rispetto ma la mia scarsa fiducia nella tolleranza dell’uomo mi fa propendere per la seconda soluzione. L’immigrazione non si può fermare ma si deve provare a regolarla. Per far questo è necessario che i confini rimangano e che siano confini veri, di quelli che non si possono oltrepassare. Perché, se per controllare quante persone entrano in casa tua e che tipo di gente è, apri delle porte e non chiudi le finestre stai solo perdendo tempo. Altra domanda: “l’immigrazione la vogliamo gestire noi o la lasciamo in franchising ai trafficanti e agli scafisti?” Io sarei per la gestione in proprio. Per farlo, però, bisogna screditare l’altra ditta, facendo in modo che chi vuole entrare in Europa si convinca che se si affida a loro e si mette in cammino sulla rotta libica non raggiunge l’obiettivo. Per funzionare dobbiamo infondere una certezza altrimenti il messaggio non è credibile. Perché, chi è disperato, tra il nulla e il 5% di possibilità di farcela sceglie di rischiare, aumentando l’affollamento dei centri di detenzione in Libia. Ultima domanda: “per bloccare la rotta libica, lasciamo morire la gente in mare?” Ovviamente la mia coscienza mi impedisce di considerare possibile una cosa del genere. E allora? E allora è proprio su questo punto che si verifica il corto circuito. Come se ne esce? Continuando a lavorare con pazienza e perseveranza sulla linea inaugurata dal Ministro Minniti e proseguita dall’attuale Governo. Operando in Libia e con le Autorità libiche, con tutte le difficoltà che questo comporta, il flusso illegale si può limitare fortemente. Nel contempo, a parer mio, qualcosa di più si dovrebbe fare per creare alternative legali che consentano l’arrivo in Europa, come corridoi umanitari, individuazione di quote per lavoratori stagionali e non, agevolazione dei ricongiungimenti familiari, piani di recupero e ripopolamento di zone rurali abbandonate integrati con la partecipazione di immigrati (cd modello Riace), ecc. E con questo ho detto la mia, cercando di riflettere e ragionare con pacatezza. Ora sapete come la penso su questo argomento.

 

“Alla fine del viaggio” – parte la prima ristampa.

Apprendo ora che “Alla fine del viaggio”, dopo una tiratura iniziale di 13.200 copie, va in ristampa. In effetti qualche lettore mi aveva comunicato che in alcune librerie era esaurito. Non male direi. Se poi aggiungiamo tutte le recensioni a 5 stelle che stanno arrivando direi che va proprio bene. (Foto scattata alla Giunti al Punto di Pesaro e gentilmente inviatami da un affezionato lettore).

Vetrina Pesaro

E ora chiamatemi scrittore …

Il 25 giugno di 5 anni fa uscì il primo romanzo: “Ogni giorno ha il suo male”. Iniziò come un gioco ma i lettori decisero che si trattava di qualcosa di più e così ne seguirono altri, fino ad arrivare al nuovo nato: “Alla fine del viaggio”. Qualcuno iniziò a chiamarmi “scrittore” e a me la cosa suonava strana. Per deformazione professionale andai a cercare una legge, un regolamento, una circolare, insomma qualcosa dove fossero riportati i requisiti per potersi fregiare di questo titolo. Non trovai nulla. Non esiste una regola scritta, non esiste un albo o un ordine degli scrittori. Quindi, in questi anni, ho continuato a chiedermi quando sarebbe stato il momento giusto per poter accettare questo termine senza sentirmi un usurpatore. Perché, pensavo, non è che se scendi in strada a dare due calci a un pallone puoi definirti un calciatore. Allo stesso modo, strimpellare qualche accordo di chitarra di certo non fa di te un musicista, come dipingere le pareti della cucina non fa di te un pittore. Allora, in mancanza di riferimenti certi, approvati da una qualche autorità costituita, ne scelsi uno io. Decisi, in modo del tutto autonomo e arbitrario, che mi sarei sentito “scrittore” nel momento in cui uno dei miei romanzi fosse entrato della top venti della narrativa italiana. Ma non solo in quella della rilevazione Arianna, sarei dovuto essere presente anche in quelle che usano criteri più restrittivi fatte da GFK e da Nielsen e pubblicate, rispettivamente da “Robinson” di Repubblica e da “La lettura” del Corriere della Sera. Quell’elenco di venti nomi è una specie di classifica della serie A, se ci finisci dentro sei nel calcio che conta, anche se lotti per non retrocedere. Ecco, da oggi, chiamatemi pure scrittore. Ma solo fino a domenica prossima, però, perché dopo rientrerò al lavoro e si ricomincerà a fare sul serio.

PS: questa è una riflessione a carattere esclusivamente personale. Non è mia intenzione mancare di rispetto a chi, non avendo avuto la mia stessa fortuna di essere pubblicato da una grande casa editrice come Giunti Editore, non ha ha ancora raggiunto risultati di vendita importanti ma che, comunque, scrive divinamente e con encomiabile passione.