Tra fiction e realtà

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Nelle ultime 48 ore,abbiamo seguito l’evolversi di una storia di criminalità giovanile, di violenza, di droga, di morte. E’ andata in scena a Roma e ha avuto come protagonisti quattro ragazzi giovanissimi. Ognuno di loro ha interpretato un ruolo: la vittima, la fidanzata della vittima che custodiva il denaro per un acquisto di droga, il killer e il complice. La trama era perfetta ma questa volta è stata la cronaca a raccontarcela, non la fiction. E la cronaca, a differenza della fiction, ce l’ha raccontata per intero. Così abbiamo potuto vedere come finisce, nella realtà, una vicenda del genere. Come genitori ci siamo immedesimati nei familiari di Luca che dovranno convivere con il dolore di una stanza lasciata vuota a soli 25 anni. Abbiamo compreso il tormento della madre di Valerio quando ha deciso di denunciare il figlio, pur sapendo che significava perderlo per i prossimi 20 anni. La realtà, la cruda realtà, ci ha resi partecipi anche dello smarrimento di chi, solo dopo essersi reso conto che “aveva fatto una cazzata”, aveva capito che quelli a cui si spara poi muoiono sul serio. Non come nelle fiction che si rialzano e vanno a fare gli ospiti nelle trasmissioni televisive. Lui che di quel genere era un fan sfegatato, da quel che si vede sulle sue pagine social, all’improvviso si è reso conto che non gli avevano detto tutta la verità. Non gli avevano nemmeno spiegato bene come ci si sente dopo aver messo fine a una vita, dopo aver ferito nell’animo la propria madre e distrutto il proprio futuro. Chissà, forse per esigenze di copione, per calcoli commerciali, per questioni d’immagine o di comunicazione. Chissà.

Appuntamenti di fine agosto

Questo fine settimana ci si vede qui, per parlare del più, del meno e di Casabona:
Lido di Camaiore – venerdì 30 agosto, ore 21.30 – piazza principe Umberto, nell’ambito del festival “Giallo d’amare”
Sant’Elpidio a Mare – sabato 31 agosto, ore 18.30 – Foyer del Teatro Cicconi, corso Baccio 82, nell’ambito del Festival “Libri a 180°”
San Benedetto del Tronto – domenica 1 settembre, ore 21.30 – Palazzina Azzurra, Via Buozzi, 14, nell’ambito della 38° edizione di “Incontri con l’autore”

Addio Maestro, guerriero della luce

Ci incontrammo a casa sua, un modesto e dignitoso appartamento nella zona nord di Roma. Era il giorno di san Valentino del 2018. Ci accolsero con quella ospitalità innata di certe persone del sud: “vi preparo un caffè?”, chiese la moglie.
Accettammo. L’offerta di un caffè non si può rifiutare. Ci parlò di tante cose ma oggi ne voglio ricordare solo una, per rendere omaggio all’uomo piuttosto che allo scrittore, Al suo rigore morale e alla sua onestà intellettuale. Gli chiesi come mai avesse deciso di devolvere all’Associazione Nazionale dei Funzionari di Polizia i diritti d’autore del suo libro che parlava dei pizzini di Provenzano, dal titolo “Voi non sapete”. Mi rispose quasi sorpreso della mia domanda, con un tono che stava a dire:e c’è bisogno di chiedermelo? Disse, con la sua inconfondibile voce roca: “Non potevo mica mettermi in tasca soldi che venivano dalle malefatte della mafia, anche se indirettamente. Era più giusto che andassero alle famiglie dei poliziotti morti per fare il loro dovere, ai loro figli per farli studiare. Così, almeno una cosa buona quei pizzini l’avranno fatta.”
In quel momento mi tornò alla mente una frase di Paulo Coelho: “Il mondo si cambia con l’esempio non con le parole”.
Addio Maestro, guerriero della luce.

Camilleri

Ragionando di immigrazione

Vi siete mai chiesti perché sul tema dell’immigrazione ci si schiera su posizioni così nette fino a diventare aggressivi e intolleranti verso chi la pensa in modo diverso? Avete fatto caso alla rabbia che vi monta dentro quando intervenite a sostegno del vostro punto di vista? Perché è così forte è irresistibile? Da dove viene? Semplice: dalle storie tragiche, che ci vengono date in pasto da uno schieramento politico o dall’altro, spesso racchiuse in immagini come quella del bambino morto sulla spiaggia o della ragazza violentata dall’africano, che accumuliamo nella nostra memoria e diventano la benzina per accendere, al momento giusto, furiose polemiche contro chi sta nello schieramento opposto. Si tratta di un riflesso emotivo a volte incontrollabile. Ma si può affrontare un tema così importante, come quello delle migrazioni di questo inizio millennio, sulla base dell’emotività? Io penso di no. È per questa convinzione che non mi presto a fare l’ultras di questa o quella tifoseria e a schierarmi sugli spalti per urlare la mia rabbia. Rifiuto queste forme di semplificazione manichea che hanno solo l’effetto di avvelenare i rapporti tra le persone.

L’immigrazione è un problema complesso che non si può affrontare in chiave agonistica in un match tra “io sto con questo …” e “io sto con l’altro”. Come lo so? Lo so perché ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi e toccare con le mie mani questo fenomeno antico come la storia dell’uomo. 45 lunghi giorni, in tre periodi e luoghi diversi mi hanno aiutato a capire alcune cose basilari. Per esempio: gli immigrati non sono tutti donne e bambini che scappano dalla guerra ma sono anche giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo e, nello stesso tempo, gli immigrati non sono solo giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo ma sono anche donne e bambini che scappano dalla guerra. Sono criminali in fuga dai loro paesi ma sono anche onesti lavoratori che si spaccano la schiena tutta la giornata nelle campagne del Sud per due euro l’ora. Non sono solo brava gente ma non sono neanche tutti delinquenti. Ci sono giovani, donne incinte, famiglie intere, poveri ridotti ala fame o ricchi abbastanza per pagare un viaggio più comodo e sicuro. Sono dell’Africa centrale ma anche arabi del Magreb, pachistani, siriani, indiani. Alcuni sono musulmani, altri cristiani, indù. Ci sono quelli magri e quelli grassi, quelli alti e quelli bassi. Gli immigrati sono esattamente come noi, a parte il colore della pelle e la lingua diversa che parlano. Onesti o disonesti come noi, seri o inaffidabili come noi, si occupano dei loro figli come noi, a volte picchiano le loro donne come noi più spesso le amano come noi. Non si può rinchiudere tutto questo in una sola categoria per farne vessillo di battaglie politiche di questo o quello schieramento. Credetemi, non si può. Sarebbe come dire che gli italiani sono tutti mafiosi, mangiano solo pizza e suonano il mandolino.

Se vogliamo parlare di immigrazione cose dobbiamo sforzarci di uscire da questi schemi e porci qualche domanda con l’impegno di rispondere in modo razionale (cioè non emotivo). Sulla prima, “si può fermare l’immigrazione?”, penso che saremo tutti concordi nel rispondere che non è possibile, nemmeno costruendo muraglie e mettendo coccodrilli in mare. Quindi passiamo direttamente alla seconda: “si devono aprire le frontiere e lasciar entrare chiunque desideri farlo o è meglio provare a stabilire una forma di controllo per limitare e selezionare gli accessi?”. Alcuni sono per la prima opzione, i cd “no border”. Secondo questo punto di vista (al quale aderiscono gran parte delle ONG) siamo tutti cittadini del mondo e ognuno di noi ha il diritto di vivere dove gli pare. I confini non possono limitare questa libertà fondamentale dell’uomo. Trovo molto romantica questa teoria e la rispetto ma la mia scarsa fiducia nella tolleranza dell’uomo mi fa propendere per la seconda soluzione. L’immigrazione non si può fermare ma si deve provare a regolarla. Per far questo è necessario che i confini rimangano e che siano confini veri, di quelli che non si possono oltrepassare. Perché, se per controllare quante persone entrano in casa tua e che tipo di gente è, apri delle porte e non chiudi le finestre stai solo perdendo tempo. Altra domanda: “l’immigrazione la vogliamo gestire noi o la lasciamo in franchising ai trafficanti e agli scafisti?” Io sarei per la gestione in proprio. Per farlo, però, bisogna screditare l’altra ditta, facendo in modo che chi vuole entrare in Europa si convinca che se si affida a loro e si mette in cammino sulla rotta libica non raggiunge l’obiettivo. Per funzionare dobbiamo infondere una certezza altrimenti il messaggio non è credibile. Perché, chi è disperato, tra il nulla e il 5% di possibilità di farcela sceglie di rischiare, aumentando l’affollamento dei centri di detenzione in Libia. Ultima domanda: “per bloccare la rotta libica, lasciamo morire la gente in mare?” Ovviamente la mia coscienza mi impedisce di considerare possibile una cosa del genere. E allora? E allora è proprio su questo punto che si verifica il corto circuito. Come se ne esce? Continuando a lavorare con pazienza e perseveranza sulla linea inaugurata dal Ministro Minniti e proseguita dall’attuale Governo. Operando in Libia e con le Autorità libiche, con tutte le difficoltà che questo comporta, il flusso illegale si può limitare fortemente. Nel contempo, a parer mio, qualcosa di più si dovrebbe fare per creare alternative legali che consentano l’arrivo in Europa, come corridoi umanitari, individuazione di quote per lavoratori stagionali e non, agevolazione dei ricongiungimenti familiari, piani di recupero e ripopolamento di zone rurali abbandonate integrati con la partecipazione di immigrati (cd modello Riace), ecc. E con questo ho detto la mia, cercando di riflettere e ragionare con pacatezza. Ora sapete come la penso su questo argomento.

 

“Alla fine del viaggio” – parte la prima ristampa.

Apprendo ora che “Alla fine del viaggio”, dopo una tiratura iniziale di 13.200 copie, va in ristampa. In effetti qualche lettore mi aveva comunicato che in alcune librerie era esaurito. Non male direi. Se poi aggiungiamo tutte le recensioni a 5 stelle che stanno arrivando direi che va proprio bene. (Foto scattata alla Giunti al Punto di Pesaro e gentilmente inviatami da un affezionato lettore).

Vetrina Pesaro