Io sono l’Indiano

Capelli lunghi legati con un codino, impulsivo, insofferente alle gerarchie e alle ingiustizie, l’ispettore Massimo Valeri è conosciuto da tutti come l’Indiano. Abita in una barca ormeggiata nel Porto turistico di Roma e le sue uniche compagne di vita sono una moto Guzzi California EV e Lorena, gatta dal portamento aristocratico che si presenta ogni giorno per reclamare cibo. Nel suo passato c’è Giulia, la sola donna che abbia mai amato davvero. Nel suo presente, un intricato caso da risolvere. Da una settimana una ragazza eritrea staziona davanti al commissariato del XVII distretto e chiede giustizia per la scomparsa del suo compagno Jemal, uno dei tanti fantasmi sbarcati in Italia. I giornalisti sono attirati dalla protesta e la polizia non ha risposte: per il sostituto commissario Bruno Tognozzi, detto il Cane, la faccenda è spinosa e l’Indiano, da poco entrato nella squadra ma già in rotta con il superiore, è la persona giusta su cui scaricare il problema. In una Roma sferzata dalla pioggia che si prepara alla piena del Tevere, tra disperati, potenti e faccendieri di ogni sorta, l’ispettore Valeri si troverà implicato in un’indagine ben più delicata del previsto. Da quella scomparsa infatti parte un filo sottile e invisibile che lega i destini e gli interessi di individui insospettabili.


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La stagione del fango – prime classifiche.

Molti amici mi chiedono: come sta andando il nuovo romanzo? E’ difficile rispondere a questa domanda con riferimenti certi sulle vendite, perché le copie, una volta uscite dai magazzini delle tipografie, vengono distribuite tra migliaia di librerie e punti vendita sparsi in tutta Italia. Esistono dei sistemi di rilevazione, creati da alcune società che si occupano di indagini di mercato, che ricostruiscono un dato di tendenza molto vicino alla realtà. Il supplemento “La lettura” del Corriere della Sera si affida ad una di queste per stilare le classifiche settimanali, la GFK, poiché ritenuta particolarmente attendibile. Perciò, quando con solo 5 giorni di vendita su 7 (da mercoledì 7 ottobre a domenica 11 ottobre) ti ritrovi già nella classifica dei primi 20 della Narrativa Italiana stilata da quel giornale, alla domanda si può tranquillamente rispondere: grazie a Dio e ai miei affezionati lettori, “La stagione del fango” sta andando molto bene.

La verità inutile

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Oggi lo dice, senza mezzi termini, anche il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Pier Camillo Davigo: «I politici non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto».

Ritengo, più in generale, che si tratti di uno degli effetti di quello che è stato il grande cambiamento della coscienza civile avvenuto agli inizi del XXI secolo: il passaggio dall’era della verità pericolosa a quella della verità inutile.

Ne parlo spesso durante le presentazioni del mio romanzo “La pietà dell’acqua”, che tratta anche il tema del difficile rapporto tra verità e potere. Scrivo nel libro, affrontando la storia delle stragi naziste insabbiate nel cosiddetto “armadio della vergogna“: “La verità, a volte, è solo un inganno del potere“.  I lettori mi chiedono se ancora oggi è così. Io rispondo di no. Che oggi la verità non è più pericolosa come una volta, non fa più paura. La possibilità di gestire il sentimento dell’opinione pubblica attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa l’ha resa semplicemente inutile.

Nell’epoca di WikiLeaks il Re è nudo ma, piuttosto che scappare via per la vergogna, esibisce la propria intimità con la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha capito che il popolo oggi guarda il mondo attraverso la tv e vede solo quello che gli si dice di vedere.

Allora perché vergognarsi della verità? Il concetto di scandalo non esiste più. Se si viene scoperti si nega davanti all’evidenza o si distorce la realtà. Basta essere simpatici e conoscere l’arte dell’imbonire.

Del resto, se si è riusciti a far credere alla maggioranza del Parlamento italiano che una ragazzina di nome Ruby rubacuore poteva essere scambiata per la nipote di Mubarak, tutto può essere affermato senza preoccuparsi di essere smentiti.

Come direbbero a Roma, anche che Gesù sia morto di freddo.

Roberto Mancini e la terra dei fuochi

Non ho conosciuto personalmente il sostituto commissario Roberto Mancini, non sono arrivato in tempo al commissariato San Lorenzo di Roma, dove lavorava negli ultimi tempi. Se ne è andato prima. La malattia lo ha portato via. Però so quello che ha fatto per denunciare uno dei più grandi crimini commessi nell’Italia repubblicana: l’avvelenamento di una terra, quella che poi è stata chiamata, grazie a lui, “la terra dei fuochi“, e dei suoi abitanti. E so per certo quanto valeva come uomo. L’ho percepito nel ricordo dei suoi amici e colleghi e della sua compagna Monika Dobrowolska Mancini. Chi lascia tanto affetto e tanto esempio da ricordare non può che essere stato un uomo di valore.

La sua storia, in qualche modo, è diventata anche la nostra. Di noi italiani e, sopratutto di noi che in quella terra abbiamo vissuto. Di noi che abbiamo visto i nostri cari ammalarsi respirando quell’aria, come mio padre ucciso da un linfoma.

Sabato 16 aprile 2016, ore 16.30 presso l’Auditorium Terzani della biblioteca San Giorgio di Pistoia, avrò l’onore di partecipare alla presentazione del libro “Io, morto per dovere”, che racconta questa storia e da cui è stata tratta la fiction andata in onda su Rai Uno a febbraio, interpretata da Beppe Fiorello.

Con me ci saranno: la moglie Monika Dobrowolska Mancini, Lucia Salfa, Antonio Sessa (presidente di Legambiente Pistoia) e gli autori del libro Nello Trocchia e Luca Ferrari.

E’ prevista anche la proiezione di due brevi filmati.

Invito Mancini