La verità inutile

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Oggi lo dice, senza mezzi termini, anche il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Pier Camillo Davigo: «I politici non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto».

Ritengo, più in generale, che si tratti di uno degli effetti di quello che è stato il grande cambiamento della coscienza civile avvenuto agli inizi del XXI secolo: il passaggio dall’era della verità pericolosa a quella della verità inutile.

Ne parlo spesso durante le presentazioni del mio romanzo “La pietà dell’acqua”, che tratta anche il tema del difficile rapporto tra verità e potere. Scrivo nel libro, affrontando la storia delle stragi naziste insabbiate nel cosiddetto “armadio della vergogna“: “La verità, a volte, è solo un inganno del potere“.  I lettori mi chiedono se ancora oggi è così. Io rispondo di no. Che oggi la verità non è più pericolosa come una volta, non fa più paura. La possibilità di gestire il sentimento dell’opinione pubblica attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa l’ha resa semplicemente inutile.

Nell’epoca di WikiLeaks il Re è nudo ma, piuttosto che scappare via per la vergogna, esibisce la propria intimità con la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha capito che il popolo oggi guarda il mondo attraverso la tv e vede solo quello che gli si dice di vedere.

Allora perché vergognarsi della verità? Il concetto di scandalo non esiste più. Se si viene scoperti si nega davanti all’evidenza o si distorce la realtà. Basta essere simpatici e conoscere l’arte dell’imbonire.

Del resto, se si è riusciti a far credere alla maggioranza del Parlamento italiano che una ragazzina di nome Ruby rubacuore poteva essere scambiata per la nipote di Mubarak, tutto può essere affermato senza preoccuparsi di essere smentiti.

Come direbbero a Roma, anche che Gesù sia morto di freddo.

Roberto Mancini e la terra dei fuochi

Non ho conosciuto personalmente il sostituto commissario Roberto Mancini, non sono arrivato in tempo al commissariato San Lorenzo di Roma, dove lavorava negli ultimi tempi. Se ne è andato prima. La malattia lo ha portato via. Però so quello che ha fatto per denunciare uno dei più grandi crimini commessi nell’Italia repubblicana: l’avvelenamento di una terra, quella che poi è stata chiamata, grazie a lui, “la terra dei fuochi“, e dei suoi abitanti. E so per certo quanto valeva come uomo. L’ho percepito nel ricordo dei suoi amici e colleghi e della sua compagna Monika Dobrowolska Mancini. Chi lascia tanto affetto e tanto esempio da ricordare non può che essere stato un uomo di valore.

La sua storia, in qualche modo, è diventata anche la nostra. Di noi italiani e, sopratutto di noi che in quella terra abbiamo vissuto. Di noi che abbiamo visto i nostri cari ammalarsi respirando quell’aria, come mio padre ucciso da un linfoma.

Sabato 16 aprile 2016, ore 16.30 presso l’Auditorium Terzani della biblioteca San Giorgio di Pistoia, avrò l’onore di partecipare alla presentazione del libro “Io, morto per dovere”, che racconta questa storia e da cui è stata tratta la fiction andata in onda su Rai Uno a febbraio, interpretata da Beppe Fiorello.

Con me ci saranno: la moglie Monika Dobrowolska Mancini, Lucia Salfa, Antonio Sessa (presidente di Legambiente Pistoia) e gli autori del libro Nello Trocchia e Luca Ferrari.

E’ prevista anche la proiezione di due brevi filmati.

Invito Mancini

A proposito del figlio di Reina in tv

A partire dagli anni ’20 del novecento, a Napoli si affermò un genere teatrale popolare, che alternava il canto con la recitazione:  si chiamava la “sceneggiata“. Questa forma di rappresentazione elementare della realtà si basava su tre figure fondamentali: isso (“lui”), l’eroe positivo; essa (“lei”),  l’eroina; ‘o malamente (il cattivo), l’antagonista.

Lo schema prevedeva la sconfitta finale del cattivo (‘o malamente), che assurgeva a simbolo della negatività morale. Come tale focalizzava il disprezzo della platea che, in alcuni casi, gli indirizzava anche insulti e minacce.

Insomma, il ruolo di cattivo era sempre hqdefaultun ruolo scomodo. Giustamente, perché, almeno nella finzione, il bene doveva prevalere. Soprattutto, doveva differenziarsi dal male in modo che le persone giuste potessero sentirsi moralmente appagate.

Oggi la rappresentazione della realtà avviene, per la gran parte, in tv ed i nuovi commediografi (quelli che scrivono i copioni) sono spesso giornalisti strapagati. I ruoli sono rimasti sempre gli stessi: ci sono i buoni e i cattivi (isso, essa e ‘o malamente). Quello che è cambiato è che non si capisce più chi sono gli eroi e chi è l’antagonista perché si è voluto rinunciare alla caratterizzazione morale dei personaggi.

La logica dell’audience ha finito per mettere tutti sullo stesso piano. Così non si percepisce più la differenza tra il bene e il male e tra ciò che è eticamente giusto e ciò che non lo è.

Un giornalismo (ma è ancora giornalismo?) così concepito, che si pretende amorale in nome di una pseudo libertà di stampa che sa di alibi, in realtà diventa qualcosa di profondamente immorale. Anche perché, dovendo svolgere la funzione di servizio pubblico, si sostiene con il denaro dei contribuenti.

Quale compito più alto dovrebbe svolgere un servizio pubblico se non quello di affermare, in modo chiaro e senza possibilità di confusione, la differenza tra il bene e il male, tra la giustizia e la barbarie, tra la vittima eroe e l’infame aguzzino?

L'”infame”, questa era una delle offese che il pubblico indirizzava a “‘o malamente” durante la sceneggiata, alla fine doveva scappare via per andarsi a nascondere. Nessuno si sarebbe mai sognato di invitarlo nel proprio salotto.  Bisognerebbe ricordarsene ogni tanto.

 

“Ho il potere di deporre la mia anima e il potere di riprenderla”

“Ho il potere di deporre la mia anima e il potere di riprenderla” – Giovanni (10.18). E’ il messaggio centrale della Pasqua. La resurrezione intesa come cambiamento, rinnovamento dell’uomo. Si tratta di un concetto presente in tutte le religioni e nella mitologia. Basti pensare alla Fenice, l’uccello mitologico che va a morire ogni cinquecento anni, arde completamente e poi rinasce a nuova vita dalle sue stesse ceneri. Chi di noi non ha pensato, almeno una volta nella vita, di chiudere definitivamente con il passato e di ricominciare da capo? Ho scritto la parola fine al mio nuovo romanzo che uscirà a giugno. Un’altra indagine del commissario Casabona dove il tema portante è proprio questo. Infatti, il titolo sarà: “Il metodo della Fenice”. Era destino che dovessi finirlo proprio oggi, per poterlo accompagnare con l’augurio ai miei lettori di trovare sempre la forza di riprendersi la propria anima anche quando si è persa nel più profondo degli abissi. Buona Pasqua.