Ragionando di immigrazione

Vi siete mai chiesti perché sul tema dell’immigrazione ci si schiera su posizioni così nette fino a diventare aggressivi e intolleranti verso chi la pensa in modo diverso? Avete fatto caso alla rabbia che vi monta dentro quando intervenite a sostegno del vostro punto di vista? Perché è così forte è irresistibile? Da dove viene? Semplice: dalle storie tragiche, che ci vengono date in pasto da uno schieramento politico o dall’altro, spesso racchiuse in immagini come quella del bambino morto sulla spiaggia o della ragazza violentata dall’africano, che accumuliamo nella nostra memoria e diventano la benzina per accendere, al momento giusto, furiose polemiche contro chi sta nello schieramento opposto. Si tratta di un riflesso emotivo a volte incontrollabile. Ma si può affrontare un tema così importante, come quello delle migrazioni di questo inizio millennio, sulla base dell’emotività? Io penso di no. È per questa convinzione che non mi presto a fare l’ultras di questa o quella tifoseria e a schierarmi sugli spalti per urlare la mia rabbia. Rifiuto queste forme di semplificazione manichea che hanno solo l’effetto di avvelenare i rapporti tra le persone.

L’immigrazione è un problema complesso che non si può affrontare in chiave agonistica in un match tra “io sto con questo …” e “io sto con l’altro”. Come lo so? Lo so perché ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi e toccare con le mie mani questo fenomeno antico come la storia dell’uomo. 45 lunghi giorni, in tre periodi e luoghi diversi mi hanno aiutato a capire alcune cose basilari. Per esempio: gli immigrati non sono tutti donne e bambini che scappano dalla guerra ma sono anche giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo e, nello stesso tempo, gli immigrati non sono solo giovani spregiudicati che arrivano in Europa per cercare fortuna con ogni mezzo ma sono anche donne e bambini che scappano dalla guerra. Sono criminali in fuga dai loro paesi ma sono anche onesti lavoratori che si spaccano la schiena tutta la giornata nelle campagne del Sud per due euro l’ora. Non sono solo brava gente ma non sono neanche tutti delinquenti. Ci sono giovani, donne incinte, famiglie intere, poveri ridotti ala fame o ricchi abbastanza per pagare un viaggio più comodo e sicuro. Sono dell’Africa centrale ma anche arabi del Magreb, pachistani, siriani, indiani. Alcuni sono musulmani, altri cristiani, indù. Ci sono quelli magri e quelli grassi, quelli alti e quelli bassi. Gli immigrati sono esattamente come noi, a parte il colore della pelle e la lingua diversa che parlano. Onesti o disonesti come noi, seri o inaffidabili come noi, si occupano dei loro figli come noi, a volte picchiano le loro donne come noi più spesso le amano come noi. Non si può rinchiudere tutto questo in una sola categoria per farne vessillo di battaglie politiche di questo o quello schieramento. Credetemi, non si può. Sarebbe come dire che gli italiani sono tutti mafiosi, mangiano solo pizza e suonano il mandolino.

Se vogliamo parlare di immigrazione cose dobbiamo sforzarci di uscire da questi schemi e porci qualche domanda con l’impegno di rispondere in modo razionale (cioè non emotivo). Sulla prima, “si può fermare l’immigrazione?”, penso che saremo tutti concordi nel rispondere che non è possibile, nemmeno costruendo muraglie e mettendo coccodrilli in mare. Quindi passiamo direttamente alla seconda: “si devono aprire le frontiere e lasciar entrare chiunque desideri farlo o è meglio provare a stabilire una forma di controllo per limitare e selezionare gli accessi?”. Alcuni sono per la prima opzione, i cd “no border”. Secondo questo punto di vista (al quale aderiscono gran parte delle ONG) siamo tutti cittadini del mondo e ognuno di noi ha il diritto di vivere dove gli pare. I confini non possono limitare questa libertà fondamentale dell’uomo. Trovo molto romantica questa teoria e la rispetto ma la mia scarsa fiducia nella tolleranza dell’uomo mi fa propendere per la seconda soluzione. L’immigrazione non si può fermare ma si deve provare a regolarla. Per far questo è necessario che i confini rimangano e che siano confini veri, di quelli che non si possono oltrepassare. Perché, se per controllare quante persone entrano in casa tua e che tipo di gente è, apri delle porte e non chiudi le finestre stai solo perdendo tempo. Altra domanda: “l’immigrazione la vogliamo gestire noi o la lasciamo in franchising ai trafficanti e agli scafisti?” Io sarei per la gestione in proprio. Per farlo, però, bisogna screditare l’altra ditta, facendo in modo che chi vuole entrare in Europa si convinca che se si affida a loro e si mette in cammino sulla rotta libica non raggiunge l’obiettivo. Per funzionare dobbiamo infondere una certezza altrimenti il messaggio non è credibile. Perché, chi è disperato, tra il nulla e il 5% di possibilità di farcela sceglie di rischiare, aumentando l’affollamento dei centri di detenzione in Libia. Ultima domanda: “per bloccare la rotta libica, lasciamo morire la gente in mare?” Ovviamente la mia coscienza mi impedisce di considerare possibile una cosa del genere. E allora? E allora è proprio su questo punto che si verifica il corto circuito. Come se ne esce? Continuando a lavorare con pazienza e perseveranza sulla linea inaugurata dal Ministro Minniti e proseguita dall’attuale Governo. Operando in Libia e con le Autorità libiche, con tutte le difficoltà che questo comporta, il flusso illegale si può limitare fortemente. Nel contempo, a parer mio, qualcosa di più si dovrebbe fare per creare alternative legali che consentano l’arrivo in Europa, come corridoi umanitari, individuazione di quote per lavoratori stagionali e non, agevolazione dei ricongiungimenti familiari, piani di recupero e ripopolamento di zone rurali abbandonate integrati con la partecipazione di immigrati (cd modello Riace), ecc. E con questo ho detto la mia, cercando di riflettere e ragionare con pacatezza. Ora sapete come la penso su questo argomento.

 

2 pensieri riguardo “Ragionando di immigrazione

  • Salve Sig. Fusco, ho letto e apprezzato i suoi romanzi, peraltro con citazioni e rimandi letterari che destano curiosità per nuove letture (e trovo che sia uno dei piacere del leggere), così ho letto il suo articolo sull’immigrazione. Volevo anche conoscere il punto di visto di un poliziotto. Non l’ho condivido del tutto ma ne apprezzo senz’altro l’approccio razionale e non prevenuto, teso a stimolare un dibattito e non lo scontro.
    Muovendo dal presupposto che i flussi migratori non si fermano ma si governano credo che colga nel giusto quando suggerisca corridoi umanitari e modelli riace, ma quanto alla metafora del chiudere le finestre e non solo le porte, penso che sia impossibile, proprio per la premessa di partenza: i flussi si governano. Vorrei una linea governativa più solidale è capace di coinvolgere l’intera comunità europea nel problema. Ma per riuscirci dovremmo acquisire più credibilità in seno a quelle istituzioni invece di isolarci, coltivando all’interno voti sulla rabbia e sulla paura, e all’esterno sponde politiche pericolose e comunque ben lontane dai valori comuni dell’Europa e della ns costituzione. La saluto con grande stima (scrittore) e riconoscenza (poliziotto) per il suo lavoro.

    • Il tema dell’immigrazione si presta a molteplici punti di vista. Io ho scritto il mio senza la pretesa di essere detentore della verità assoluta, perciò rispetto il suo e ricambio i saluti con affetto.

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