La fabbrica dei bambini

Sono al mare, in un posto senza tv e linea per i cellulari. Un luogo antico, immerso nella macchia mediterranea a due passi dalla battigia. Quindi seguo solo a sprazzi, grazie a Facebook, la polemica sul fertily day. Mi viene da pensare come questa non sia che un’altra conseguenza della globalizzazione. Il lavoro in Italia costava troppo e godeva di eccessive garanzie rispetto ad altri paesi concorrenti sul mercato globale, perciò bisognava metterci mano per restare competitivi, come dicono loro. Anche i figli, da questa parte del mondo, costano troppo. Le coppie hanno l’assurda pretesa di chiedere un reddito dignitoso e un sostegno prima di imbarcarsi in questa avventura. Da altre parti del mondo basta una capanna nel deserto o una baracca fatta con le lamiere di vecchi bidoni per sfornarne a decine di bambini. A conti fatti conviene di più importarli già cresciuti questi benedetti giovani. Anche su questo non siamo più competitivi. Nonostante le buone intenzioni e le geniali trovate di qualche nostro governante, ormai è evidente che anche i nostri figli sono fuori mercato e il brand della “stirpe italica” pare destinato all’estinzione. Anzi, per usare i termini appropriati, al fallimento.

BambiLav18