L’uomo che aveva la dignità negli occhi

muhammadali

Esistono alcuni concetti che hanno bisogno di un’immagine per essere meglio compresi nella loro essenza. E’ un’operazione di associazione mentale che compiamo, a volte senza nemmeno farci caso. Pensiamo a come l’urlo di Tardelli, dopo il gol alla Germania nella finale dei mondiali del 1982, abbia dato una forma visibile ed eterna alla grinta, oppure al ragazzo cinese che, con il suo corpo, fermò i carri armati a piazza Tiananmen diventando l’icona della tenacia. Mohamed Ali per me è l’immagine della dignità. Mi piace credere che, quando aprì gli occhi su questo mondo, la prima cosa che dovette pensare fu: “io non sarò mai lo schiavo nè il padrone di nessuno. Questa terra mi appartiene  come appartiene ad ogni essere che ci vive e come io appartengo ad essa.” Cambiò il suo nome perché ritenne che Cassius Marcellus Clay fosse un nome da schiavo, ed aveva ragione. Venne condannato per il suo rifiuto di combattere la guerra in Vietnam. Disse: “non ho niente contro i vietcong, nessuno di loro mi ha mai chiamato negro“, ed anche allora aveva ragione. Ora che se ne andato non riesco a ricordarlo per i suoi incontri di pugilato. Forse perché ero troppo piccolo all’epoca per averli vissuti e capiti veramente. Ma quando penso al valore della dignità, più che i suoi guantoni, mi vengono in mente i suoi occhi. Quello sguardo fiero che è monito a tenere la schiena dritta. Sempre e davanti a tutti. Per fortuna ogni tanto quello sguardo s’incontra ancora in giro, ma è raro. Sempre più raro.