A proposito del figlio di Reina in tv

A partire dagli anni ’20 del novecento, a Napoli si affermò un genere teatrale popolare, che alternava il canto con la recitazione:  si chiamava la “sceneggiata“. Questa forma di rappresentazione elementare della realtà si basava su tre figure fondamentali: isso (“lui”), l’eroe positivo; essa (“lei”),  l’eroina; ‘o malamente (il cattivo), l’antagonista.

Lo schema prevedeva la sconfitta finale del cattivo (‘o malamente), che assurgeva a simbolo della negatività morale. Come tale focalizzava il disprezzo della platea che, in alcuni casi, gli indirizzava anche insulti e minacce.

Insomma, il ruolo di cattivo era sempre hqdefaultun ruolo scomodo. Giustamente, perché, almeno nella finzione, il bene doveva prevalere. Soprattutto, doveva differenziarsi dal male in modo che le persone giuste potessero sentirsi moralmente appagate.

Oggi la rappresentazione della realtà avviene, per la gran parte, in tv ed i nuovi commediografi (quelli che scrivono i copioni) sono spesso giornalisti strapagati. I ruoli sono rimasti sempre gli stessi: ci sono i buoni e i cattivi (isso, essa e ‘o malamente). Quello che è cambiato è che non si capisce più chi sono gli eroi e chi è l’antagonista perché si è voluto rinunciare alla caratterizzazione morale dei personaggi.

La logica dell’audience ha finito per mettere tutti sullo stesso piano. Così non si percepisce più la differenza tra il bene e il male e tra ciò che è eticamente giusto e ciò che non lo è.

Un giornalismo (ma è ancora giornalismo?) così concepito, che si pretende amorale in nome di una pseudo libertà di stampa che sa di alibi, in realtà diventa qualcosa di profondamente immorale. Anche perché, dovendo svolgere la funzione di servizio pubblico, si sostiene con il denaro dei contribuenti.

Quale compito più alto dovrebbe svolgere un servizio pubblico se non quello di affermare, in modo chiaro e senza possibilità di confusione, la differenza tra il bene e il male, tra la giustizia e la barbarie, tra la vittima eroe e l’infame aguzzino?

L'”infame”, questa era una delle offese che il pubblico indirizzava a “‘o malamente” durante la sceneggiata, alla fine doveva scappare via per andarsi a nascondere. Nessuno si sarebbe mai sognato di invitarlo nel proprio salotto.  Bisognerebbe ricordarsene ogni tanto.