Tipologie del serial killer

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Nel 1985 Holmes e De Burger pubblicarono uno studio sui serial killer definendo le seguenti categorie entro le quali si potevano raggruppare i casi esaminati:

VISIONARI:  che sono quelli che agiscono per rispondere a voci o visioni che spingono ad uccidere in nome di Dio o di Satana o di un loro alter ego, che danno loro le istruzioni e giustificano e legittimano il loro delitto. Di solti questo assassino è classificato come psicotico.

MISSIONARI: sono assassini che ritengono di fare pulizia, che sentono la responsabilità di agire per il bene della comunità e quindi la vogliono liberare da individui indesiderati: prostitute, omosessuali, minoranze etniche, adepti di particolari fedi religiose. Questi soggetti non provano alcun rimorso poiché agiscono  “per il benessere della società”. Sono consapevoli delle proprie azioni e dei rischi relativi.

Un esempio emblematico è quello di Pedro Alfonso Lopez, un venditore ambulante colombiano accusato di 310 omicidi. 100 bambine seviziate e strangolate in colombia, altrettante in Perù, 110 in Ecuador. Quando fu arrestato si definì un liberatore. “Le ho soppresse per liberarle dalle sofferenze che subivano nella vita terrena” confessò.

EDONISTI: uccidono per piacere e per procurarsi una forte emozione. Le motivazioni principali che li spingono al delitto sono:

La lussuria: sono la maggior parte, per loro la gratificazione sessuale è il motivo principale del delitto e i loro crimini sono accompagnati da una dose enorme di sadismo. Il delitto viene prima coltivato nella fantasia, poi segue il periodo di caccia della vittima giusta, c’è poi il delitto o il momento di estasi in cui l’assassino può anche appropriarsi di fotografie o di parti del corpo della vittima da conservare, il dopo delitto in cui l’assassino cade in depressione e sente che dovrà uccidere ancora. Considerano le persone solo come dei mezzi, come degli strumenti attraverso i quali raggiungere la soddisfazione. Questo il tipo di serial killer viene ritenuto il più difficile da assicurare alla giustizia.

Il brivido: il piacere, cioè, dell’atto in se stesso. Il motivo principale del delitto, più che la gratificazione sessuale, è il desiderio di provare un’esperienza da brivido.

Il guadagno: si uccide per raggiungere un guadagno materiale (riscuotere polizze d’assicurazione, eredità ecc) o un beneficio psicologico (donna che uccide mariti perché insoddisfatta).  L’atto è indirizzato al conseguimento di un altro fine (soprattutto le donne appartengono a questa categoria)

DOMINATORI: si tratta di personalità deboli e insicure che uccidono per il desiderio di riscattarsi ottenendo il controllo sulla vita e la morte degli altri. L’umiliazione e la degradazione di un innocente esaltano il loro senso di onnipotenza.

Jeffrey Dahmer, il  cannibale  di Milwakee è un esempio tipico.  Dahmer adescava giovani omosessuali, li portava prima a casa sua  dove li teneva in uno stato di incoscienza per un periodo di tempo  nel quale li torturava e seviziava per poi inevitabilmente ucciderli.

Il DNA

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Il DNA permette di sapere se una persona era presente o no sulla scena del crimine È l’impronta genetica che rende unico ciascuno di noi e la cui analisi facilita anche il lavoro degli investigatori.

La struttura biochimica del Dna fu scoperta nel 1953 James Watson e Francis Crick. E’ un codice semplicissimo che si avvale di un alfabeto di quattro lettere A, G, C e T, le basi azotate adenina, guanina, citosina e timina. La combinazione di queste lettere non è completamente libera e in ogni campione di Dna vi devono essere tante A quante T e tante G quante C.. La doppia elica del Dna è infatti formata da due filamenti: su uno dei filamenti c’è una A, sull’altro c’è una T e ogni volta che su uno c’è una G, sull’altro c’è una C. In pratica, un gene non è altro che una lunga sequenza del tipo: TACGATCGGC.

La polizia si serve del Dna, generalmente isolato dal sangue, dalla pelle, dalla saliva, dai capelli e da altri tessuti e fluidi biologici, per identificare i responsabili di atti criminosi, come delitti o violenze. Il processo utilizzato è noto come “fingerprinting genetico” (impronte digitali genetiche): la tecnica consiste nel comparare la lunghezza delle sezioni variabili del Dna ripetitivo; ad esempio la coppia di basi AT ripetuta 4 volte (ATATATAT) ma il numero delle ripetizioni può essere superiore.

Il test si basa sull’estrazione di un campione di Dna da un tessuto o da un liquido del corpo: il campione deve essere poi spezzettato in “strisce”, grazie ad alcuni enzimi che riconoscono specifiche sequenze di basi lungo il filamento di Dna e che lo “tagliano” esattamente in corrispondenza di queste sequenze; se le sequenze, simili a quelle di un codice a barre, coincidono in diverse strisce, esiste un’elevatissima probabilità che la coincidenza non sia casuale.

Nel caso in cui si prende in esame un alto numero di “strisce” e si seguono metodi moderni, la probabilità di una coincidenza casuale è 1 su 100 miliardi, vale a dire praticamente nulla: se invece le strisce utilizzate sono poche le probabilità possono scendere a 1 su 5 milioni.

E’ proprio grazie alle analisi del Dna, effettuate sui tanti mozziconi di sigaretta trovati sul monte che sovrasta l’autostrada A/29 Trapani – Palermo, che sono stati incastrati gli esecutori della strage di Capaci (Pa).

Una microtraccia lasciata su un minuscolo pezzo di scotch ha permesso di confutare la testimonianza di Angelo Izzo nel caso del duplice omicidio di Maria Carmela Maiorano e della figlia quattordicenne Valentina. Le donne furono uccise, legate con un nastro adesivo e poi sotterrate in una villetta nei pressi di Ferrazzano, in provincia di Campobasso, il 28 aprile 2005. Nella sala da pranzo, dove secondo gli investigatori era stata uccisa la giovane ragazza, Izzo diceva di non esserci mai entrato. Gli inquirenti non erano riusciti a trovare, in quel luogo, impronte o altri reperti utili per fornire prove da usare durante il processo. Furono trovati solamente alcuni piccoli pezzettini di nastro adesivo che probabilmente l’assassino aveva staccato con la bocca e che gli erano rimasti appiccicati al labbro. Il Dna estrapolato da quei microframmenti di scotch corrispondeva a quello di Angelo Izzo e dimostrava che l’imputato in quella stanza, a differenza di quanto affermava, ci era entrato.

Sempre nel 2005 un altro caso di omicidio fu risolto a Firenze grazie a delle piccolissime tracce di sangue trovate sui vestiti dell’assassino. Si tratta dell’omicidio di Emanuela Biagiotti trovata morta, accoltellata, all’interno del supermercato “Penny Market” dove lavorava. Dopo varie indagini i sospetti caddero su un collega della vittima: Leonardo Tovoli. Nonostante l’uomo avesse lavato gli abiti che indossava, gli investigatori riuscirono a trovare tra le fibre del tessuto dei pantaloni una piccola traccia di sangue: l’analisi del Dna dimostrò che si trattava proprio del sangue della vittima.

Le ultime tecnologie permettono anche di fare analisi specifiche sui Dna per capire se esiste una relazione parentale di origine materna o paterna. Questa possibilità è stata utilizzata nel caso dell’omicidio di Giuseppina Potenza, trovata morta sulla spiaggia di Manfredonia nel 2004. I sospettati erano tanti e per ridurre il campo venne fatta un’analisi sul cromosoma Y del Dna trovato sul corpo della vittima per vedere se c’era un legame parentale tra la ragazza uccisa e l’assassino. Il cromosoma Y viene, infatti, trasmesso di padre in figlio in tutta la progenie maschile. In questo caso il cromosoma Y corrispondeva a quello del padre di Giuseppina, ma il Dna non era il suo. Rimanevano “in gioco” una decina di persone tra fratelli del padre, figli dei fratelli e cugini. Il Dna trovato nel liquido seminale corrispondeva a quello di un cugino da parte del padre.

Deduzione, induzione, abduzione e intuito investigativo

Bisogna fare anche un piccolo accenno al tipo di processo mentale che utilizza l’investigatore nella sua ricerca della verità.
Il ragionamento logico considerato più affidabile è quello deduttivo.
Quello che parte da una regola generale certa, la applica a un fatto specifico e ne trae un risultato certo.
Per esempio: tutti gli uomini sono mortali (regola generale certa), Cesare è un uomo (fatto specifico), Cesare è mortale (risultato certo).
Esiste poi il ragionamento induttivo, che è l’inverso di quello deduttivo. Parte dal risultato certo e dal fatto specifico che ne è stato il presupposto per arrivare ad ipotizzare una regola generale da utilizzare in situazioni simili. E’ un tipo di percorso logico molto insidioso, sul quale si fondano i pregiudizi. Per esempio: Rudy è una persona di colore (risultato certo), Rudy ha rubato (fatto specifico), le persone di colore rubano (regola generale).
In realtà l’investigatore ama il terzo tipo di ragionamento: quello per abduzione. Era il percorso mentale usato da Sherlock Holmes, anche se molti la chiamavano deduzione.
L’abduzione non è altro che il cosiddetto intuito investigativo. Si fonda sul ragionamento che parte dall’osservazione di un fatto certo e tenta di collegarlo ad una regola compatibile per ricavarne una conclusione.
Per esempio, come nel caso della scena che segue, viene osservato un fatto (la donna ha smesso di usare un anello), si pensa ad una regola compatibile (le donne non portano più l’anello di fidanzamento regalatogli dal fidanzato dopo che hanno rotto il fidanzamento) e si ipotizza una conclusione (la donna ha rotto un fidanzamento). In questo caso, il collegamento tra fatto e regola avviene solo in termini di compatibilità. Ve ne potrebbero essere altre applicabili: per esempio non lo portano quelle a cui è stato rubato, o lo hanno perduto, o lo hanno venduto per problemi economici; oppure, come nel caso del filmato, quelle a cui è morto il fidanzato. La conclusione, quindi, è solo probabile, perciò è importante sempre conservare il dubbio e procedere a verifiche. Prima di rischiare di prendersi un bicchiere di vino in faccia.

Dice il commissario Casabona nel libro:

« … Penso che questo lavoro si possa fare in due modi: cercando una verità oppure cercando la verità. Attenzione all’articolo. Se ti affezioni a una tesi rispetto a un’altra, se incominci a credere troppo nelle tue intuizioni, finisce che confezioni una verità prestabilita nella tua mente. Allora leggi gli indizi in funzione della tua tesi e scarti quelli che non combaciano con quella. Non riesci più a essere critico, a dubitare. Questo è un male. Perché solo attraverso il dubbio si arriva alla verità ….”

 

Summertime

….. Una sera Casabona era alla finestra del suo studio per godersi la vista della vallata illuminata dalla luna piena.
Con lui c’era Snaus, accucciata vicino alla poltrona. Aveva appoggiato il muso sulle zampe anteriori e lo osservava con le orecchie dritte e l’aria curiosa.
L’ inverno stava per finire. Già spuntavano le prime fioriture di mimosa che annunciavano l’arrivo della primavera.
Erano passate le undici e Francesca era andata a dormire.
Scaldava l’ambiente la voce di Ella Fitzgerald che cantava la celebre Summertime di George Gershwin in una versione jazz con il Tee Carson trio. «Summertime, and the livin’ is easy» diceva la canzone.
“La vita è facile?” si chiedeva Casabona. “È solo un’innocente bugia per rassicurare un bambino. Va bene per una ninna nanna, ma la vita non è facile proprio per niente. D’estate come in inverno.”
Poi il testo continuava più convincente: «Uno di questi giorni ti alzerai cantando, poi spiegherai le tue ali e volerai fino in cielo, ma fino a quella mattina non c’è niente che possa ferirti se mamma e papà sono lì al tuo fianco».
“Ecco: fino a quel giorno. Fino a che è estate” concluse…..

Il movente

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Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire.

Quando si indaga su un crimine il movente è la risposta alla domanda: perché?
Il commissario Casabona, in occasione del primo delitto, dice:

“Il movente è fondamentale. Se c’è una cosa che collega la vittima all’assassino è il movente. È come un sentiero sconnesso che conduce l’investigatore verso la soluzione del caso. Se percorso nella direzione giusta. Chiediti perché e troverai il movente. E se troverai il movente sarai vicino all’assassino. Il problema è che non sempre è facile trovare la risposta. A volte si nasconde dietro verità solo apparenti”.

I motivi che possono indurre una persona a compiere un crimine sono svariati, ma possono essere ricondotti ad alcune categorie fondamentali:

• Movente economico (es. omicidio per rapina, su commissione, per un eredità,etc.)
• Movente passionale (gelosia, abbandono, rifiuto, ostacolo ad altra relazione, etc)
• Movente sessuale (erotomania, sadismo, pedofilia, etc)
• Movente culturale, ideologico o religioso (omicidio politico, terrorismo, appartenenza a clan o gruppi criminali, a sette, etc.)
• Movente della vendetta

Capire il movente significa fare un passo avanti verso la scoperta della verità.
Spesso, proprio per questo motivo, l’attività di staging (deliberata alterazione della scena del crimine) è finalizzata proprio a far pensare a un movente piuttosto che a un altro.
Nascondere il vero movente dietro un altro apparente consente all’assassino di allontanare da se i sospetti.

You must believe in spring

“……. Stava facendo buio e aveva ripreso a nevicare.
Prese il cappotto dalla sedia, dove lo aveva appoggiato appena tornato dalla polizia municipale, e lo sistemò sull’attaccapanni.
Si sedette alla scrivania.
Accese la lampada da tavolo. Una luce calda e soffusa invase
la stanza. Odiava la luce fredda e diretta del neon; gli ricordava le corsie degli ospedali.
Tirò fuori da uno dei cassetti un cd e lo inserì nel lettore. Era un album di Bill Evans e Tony Bennett, Together again.
Andò subito al suo pezzo preferito: You must believe in spring.
Un inno alla speranza che può nascere dal dolore, alla primavera, in cui bisogna credere quando si sente dentro il freddo dell’inverno.
Le note del pianoforte di Evans si diffusero dolcemente nell’aria.
La voce di Bennett le raccoglieva in un abbraccio e puntava dritto all’anima.
Casabona rimase per un po’ a fissare il lampione nella strada di fronte, oltre il vetro della finestra. Era già acceso e in controluce si poteva vedere meglio la neve che lentamente stava venendo giù.
So in a world of snow,
of things that come and go,
where what you think you know,
you can’t be certain of,
you must believe in spring and love.
Come erano indicate quelle parole in quel momento: in un mondo di neve, di cose che vanno e vengono, dove non si può essere certi di ciò che si pensa di conoscere, devi credere nella primavera e nell’amore.
Soprattutto, si disse, devi credere in te stesso e non lasciarti scoraggiare. Insistere, nonostante tutto. Rialzarti e riprovare ad andare avanti.
Prese il block notes e la penna per fare una lista degli elementi che meritavano di essere approfonditi. …..”